tradizioni

Karnivalli Kryaprer

Karnivalli Kryaprer doj mish e hjoromer… è l’incipit di una delle tante filastrocche che segnano l’avvicendarsi del Carnevale in molte comunità arbereshe della provincia di Cosenza. Ancora in alcuni di questi paesi la festa conserva i suoi caratteri più veri e originali mentre in altri, purtroppo, resta soltanto la memoria di riti atavici, ove il tempo non sia giunto a cancellarne la stessa. Partendo da quegli usi che già attorno agli anni 60 del ‘900 minacciavano di scomparire (come poi è successo), vanno ricordate alcune maschere e alcuni riti, all’epoca registrati nei comuni di Falconara Albanese e di Santa Sofia d’Epiro. In entrambi i paesi era attestata la presenza di kllogjeràt[1], uomini mascherati da frati che muniti di ‘turibolo’ (una vecchia pignatta) spargevano fumo maleodorante ai malcapitati di turno; fumo prodotto dalla combustione di capelli misti a pepe  – peper e lesh -.

carnivali

Santa Sofia d’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Sempre nei due paesi era comune mascherarsi da zingari adoperando allo scopo tutti gli arnesi di cui solitamente facevano uso i fabbri ambulanti. La cosiddetta “zingariata” pare si svolgesse il Lunedì precedente le Ceneri e in sostanza si riduceva a una questua tra le case dell’abitato.

Ancora a Falconara, altre maschere erano quelle dei “bovari” che muniti di campanacci percorrevano le vie dell’abitato. Mentre a Santa Sofia viene ancora ricordato l’utilizzo di campanacci collegato soprattutto a sortite notturne e accompagnate da stornelli canzonatori e pungenti, recitati nei pressi dell’abitazione del proprietario a cui erano dirette le ingiurie.

Legata ancora all’utilizzo di campanacci è una maschera tutt’oggi presente nella comunità albanese di San Demetrio Corone. Si tratta di djelzit, ovvero dei diavoli; uomini ricoperti di pellicce animali, incoronati da corna caprine e dalle facce tinte di nero carbone, che nel giorno di Martedì Grasso, si aggirano tra le vie del paese impaurendo chiunque incroci il loro cammino, facendo questue per le case e immobilizzando il traffico stradale (salvo se non viene dato loro un obolo consistente in qualche moneta).

Santa Sofia D'Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Santa Sofia D’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Quasi del tutto già scomparse negli anni 60 erano zàrjat  a Santa Sofia. Si trattava di un gruppo mascherato da streghe che accompagnavano un altro personaggio ma del cui vestiario, purtroppo, non resta alcun ricordo. Nella stessa comunità si ravvisava la presenza di uomini muniti di mantello e con il volto occultato da maschere o nerofumo, che durante la settimana carnevalesca, uscivano in questua, per terrorizzare i più piccini o per perpetrare le loro burle. Una di queste maschere prevedeva –  oltre al mantello –  l’utilizzo del cranio di un asino posto sulla testa. Un’altra invece utilizzava l’organo genitale maschile suino, che annerito di fuliggine o di grasso preso dal fondo di vecchie pentole, veniva letteralmente schiaffeggiato sul viso degli sventurati che vi sarebbero incappati.

La festa carnevalesca, così come in molti paesi della Calabria e non solo, terminava con la sceneggiata dei funerali di Carnevale. Un vero e proprio grottesco corteo funebre che culminava con il rogo (purificatore) del fantoccio personificante Carnevale. Ancora a Falconara, questo rito era concluso per opera di zarùfet; maschere vestite da anziane signore con in mano fuso e conocchia, raffiguranti la Quaresima e che passando di casa in casa, con le loro urla, segnavano il termine della festività.

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d'Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk "Shëndija" di San Benedetto Ullano

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d’Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk “Shëndija” di San Benedetto Ullano

In molti paesi albanesi erano poi diffuse le ridde, durante tutta la settimana di Carnevale, in cui uomini, camuffati da donna con gli abiti tradizionali femminili, intonavano canti in arbërishtja. Ancora oggi, in alcuni paesi – come il caso di Cervicati e Mongrassano – durante i giorni del Carnevale, gruppi di donne si radunano per i rioni e le piazze dei paesi abbigliate degli abiti tradizionali, intonando canti eroici di un tempo ormai lontano.

[1] Il termine veniva registrato solo a Falconara.

La voce del Santuario

Dopo più di quarant’anni torna ad aver ‘voce’ la “Voce del Santuario“; una testata semisconosciuta edita (nel numero proposto) nel Settembre 1973. Il numero unico veniva pubblicato per conto della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano in concomitanza della festa patronale che si tiene ogni anno nel piccolo paesino arbëresh di San Cosmo Albanese, il 27 Settembre.

 

Dita jote

CAM00011Dita Jote”, letteralmente “il tuo giorno”, è la frase formata dalle prime due parole del canto religioso arbëresh (Kalimera), intonato in onore di Sant’Atanasio il Grande, patrono di Santa Sofia d’Epiro, durante i festeggiamenti culminanti il 2 maggio. Tuttavia, per anni, “Dita Jote” ha rappresentato per la gente del luogo (e non solo), il nome dell’almanacco pubblicato dalla parrocchia di Sant’Atanasio e dal Comitato per i festeggiamenti del Santo patrono. La piccola rivista raccoglieva al suo interno notizie tra le più disparate: dalla rubrica storica a quella di poesia, dagli spunti sul rito greco allo sport, sino ad argomenti molto più leggeri. A lungo, Dita Jote, rappresentò un ponte tra gli abitanti di Santa Sofia d’Epiro e quelli emigrati all’estero, che raggiunti dalla rivista, riuscivano ad avere notizie sul proprio luogo natio, accorciando così la distanza che li separava dalla loro casa e dagli amici e familiari rimasti nel borgo calabro.

Da un appunto apposto su un foglio sciolto, ritrovato tra le carte del fondo Angelo Bugliari (fondo di recente riordinato e custodito presso la locale biblioteca civica Angelo Masci –Una biblioteca per la scuola) lo stesso Bugliari scriveva, relativamente all’opuscolo Dita Jote: “è quel vessillo che dal 1948 si pubblica ogni giorno di Pasqua, dopo la festa del 2 maggio…”. Da questa nota si evince pertanto come la pubblicazione dovette vedere la luce nell’anno 1948. Tuttavia non si può far affidamento soltanto a questo riferimento per risalire all’anno di fondazione della rivista; lo stesso Bugliari, in una sua raccomandata datata 3 giugno 1975 e indirizzata alla biblioteca nazionale di Tirana, scriveva, sempre in merito alla rivista, come essa venisse pubblicata dal 1968 (cosa tra l’altro smentita dal ritrovamento degli esemplari di anni precedenti a questa data).

Finalmente, grazie alla ricerca e in collaborazione della pagina facebook Santa Sofia Storia Fotografia, sono stati recuperati e scansionati, pagina per pagina, tutti i numeri che si è riusciti a trovare, inserendoli quindi sul web e mettendoli, finalmente, a disposizione di tutti.

I numeri raccolti partono dal 1958. Vi è poi un vuoto sino al 1965. Tuttavia, nello stesso numero del 1965 sono presenti notizie relative al biennio precedente; risulta quindi probabile che l’almanacco non venne stampato dal 1963 sino al 1965. Ancora fino al 1965, l’almanacco, con un numero ridotto di pagine, era stampato a mo’ di giornale; ovvero con fogli non rilegati e carta non patinata. Dopo un altro vuoto nel 1966, tutti i numeri sono presenti fino al 1986, anno in cui venne stampato l’ultimo almanacco, in una raccolta che raggruppava notizie relative agli anni che vanno dal 1983 al 1986 (benché notizie relative all’anno 1983, si ritrovino pure nell’almanacco precedente relativo al biennio 1982-1983). Tra le curiosità rilevate durante il lavoro, la copertina dell’anno 1978, stampata in due colori diversi.

Tutti i numeri li trovate (per sempre…) alla pagina Dita Jote

Un Natale a Plataci

Attorno agli anni 20 del ‘900, un giovane Papàs originario di Santa Sofia d’Epiro, D. Giovanni Masci (al secolo Paolo Virgilio Giovanni Andrea n. 24/01/1900 – m. 08/11/1929), veniva destinato alla parrocchia di Plataci e attorno al Natale, giungeva nella piccola comunità albanofona dell’alto Jonio cosentino. A raccontare le sue impressioni e a dar voce alle sue descrizioni, resta oggi una lettera, già pubblicata in Stoudion (1) e che riportiamo integralmente:

“La mattina del 22 alle 4 ero già in carrozza diretto verso la stazione che raggiungevo alle ore 6. Biglietto, e su in vagone che dopo due ore mi lasciava a Villapiana. Lì mi attendeva un asinello tirato da una vecchia vestita dimessamente e con una figura maschia, che mi confessava di non aver mai conosciuto che significhi viaggiare a cavallo. Mi accorsi subito di inoltrarmi tra gente arretrata. In compagnia del farmacista, nipote del defunto arciprete, che proveniente da Cosenza con lo stesso treno scendeva a terra meco, intrapresi l’escursione verso Plataci. Dove si trovava il paese? Chi lo sa!… E su su per quel viottolo pieno di ciottoli, aspro, praticato alle falde della catena di montagne che s’inabissano giù nel letto del fiume Saraceno. Dopo tre ore di viaggio attraverso pini selvatici, le nuvole sulla cima delle montagne si diradarono ed ecco apparire Plataci, rustica, bigia, a poca distanza.

Pian Piano la «cavalleria rustica» ci portò sul limitare del caseggiato. Era già corsa la voce dell’arrivo del «zoti» e parecchi bambocci con gli zuffoli natalizi, nel loro rustico costume, simili agli «scugnizzi» di Napoli, mi attendevano all’ingresso. Di qua di là sporgevano il muso dalle porte e dalle finestre vecchie e vecchi contenti d’avere per il Natale un sacerdote e più contenti di udire ch’io alle loro domande rispondevo in albanese. La mulattiera mi conduceva dall’impiegato postelegrafico, dove pranzai…alla paesana. Mi recai quindi all’alloggio preparatomi dal medesimo: una stamberguccia lunga quattro metri e stretta stretta; porte e finestre sgangherate (con quell’arietta piccante!), nera, con una mezza soffitta, un letto ed una vecchia sedia, una cassetta rotta che serviva come piede del bacino per l’acqua.

Sorrisi e pensai tra me: il Natale più bello Iddio l’ha riservato a me quest’anno, un Natale di missione! Contento, presi posto. Visitai di poi la Chiesa. Che squallore! Bellissima, forse la più bella dei paesi albanesi da me conosciuti per la purezza delle linee architettoniche, ma nessuna manutenzione; a metà terminata l’intonacatura, sporchissima. Rimisi in ordine l’altare, l’armadio; cercai del sagrestano, ma mi dissero ch’era morto giorni prima. Con promessa d‘un premio potei avere l’aiuto del sagrestano della cappella di Costantinopoli (2) per tutto il tempo della mia permanenza. Feci pulire il pavimento, lanciare a egual distanza  le pietre sparse per la Chiesa e che facevano le veci delle sedie. Quanti quintali di roba! Il mattino seguente celebrai la Liturgia.

Pochi bimbi curiosi e nessun altro, perché tutti erano in campagna e già hanno perduto da tempo l’uso di recarsi in Chiesa per udire la Messa la domenica; lo fanno nelle feste principali dell’anno. Con l’uso della Messa molti hanno perduto l’uso di battezzare, e quasi tutti quello di fare il matrimonio religioso: s’accontentano del civile. Feci visita alle poche autorità e mi resi conto della topografia dell’abitato, sporco, primitivo. Poche persone si incontravano qua e là, tutte mal vestite, anzi peggio di qualsiasi altro paese anche quando indossano gli abiti festivi. Primitività di costumi, è vero, ma la gioventù robusta e bella che ho incontrato lì, non avevo mai incontrato. Subito però capii che dentro quei tuguri che altrove servono solo per gli animali, che sotto quei cenci palpitavano dei cuori espansivi, gentilissimi, educatissimi.

Il giorno appresso, un funerale. Esiste un uso molto bello. Oltre il pane che distribuiscono al vicinato, usano portare in Chiesa molti lucignoli di creta o di ottone e formano un quadrato avanti all’altare, intorno a cui si canta l’άγιος dei morti; provai l’illusione delle catacombe.

La sera di Natale, tutti eran tornati dalle campagne e svegli durante tutta la nottata in attesa della Messa, s’erano ubbriacati a causa del buon vino.

Per prevenire qualsiasi disordine, avevo preavvisato il brigadiere, gentilissimo giovine, che intervenne personalmente coi RR. Carabinieri. Alle 12 mi recai in Chiesa, era già piena. Ma che chiasso! fischietti, zampogne, nacchere. Che vuole! «omnis effectus habet causam», ed in questo caso la causa era l’amor di-vino. Principiai la Messa cantata, ma i cantori a quattro passi di distanza non riuscivano ad udire la mia voce. Protestai più volte, ma non riuscii ad ottenere che un silenzio momentaneo. Ciò però che non ottenni io, lo feci ottenere al brigadiere che, dietro mio consiglio, condusse quattro o cinque in Caserma. Compresero che non scherzavo; alcuni vennero dopo a protestare, ma mi mostrai duro. Dopo la Messa pregai il brigadiere che li rilasciasse, ma lui si oppose ed ottenni che li multasse non come disturbatori delle funzioni di culto (3 mesi di carcere e L. 3000 di multa) ma come ubbriachi. Li liberò al mattino quando celebrai una seconda Messa con egual concorso, ma in perfetto ordine.

Conferii quel giorno alcuni battesimi; anche uno a un giovane di 27 anni. Altri ne conferii gli altri giorni. Non mi riuscì però di convalidare nessun matrimonio, principalmente per la ragione che la sera stessa della festa tutti tornano in campagna. Mi trattenni fino all’Epifania e non può immaginare quante gentilezze mi usarono, specialmente quando mi recai a benedire le case, in ognuna delle quali cercai di dire qualche buona parola. S’erano tanto affezionati, specie i giovani, che venivano a trovarmi in casa e feci forse più bene lì che in Chiesa.

Dopo l’Epifania volevano fare una petizione al Vescovo per non farmi partire.

Tre o quattro giorni dopo il mio arrivo salii sopra il boschetto che circonda il paese. Mai forse in vita mia avevo visto panorama più bello. La vista del mare si estendeva da Crotone a Taranto; di fronte il Pollino oscuro, tragico, sul quale non si potevan fissare gli sguardi se non con paura. Giù Cosenza, la Sila, ecc. D’estate, quel paese deve essere un piccolo paradiso terreste.

Il giorno otto, sotto la pioggia, partii, e mi bagnai tanto che verso la fine della montagna dovetti discendere dall’asino, entrare in una capanna e lì asciugarmi al fuoco. Ripresi la via della stazione; il tempo si rischiarò e la pianura del mare era un incanto: tutta ricoperta di rosmarino fiorito.

La sera mi fermai a Firmo nelle famiglie dei miei alunni, tenni una conferenza alle donne cattoliche, mi divertii un tantino.

Conclusione: Il popolo di Plataci buonissimo, ma troppo digiuno di istruzione religiosa ed il paese troppo abbandonato….”

 

 

 

 

 

 

 

(1) Stoudion, Bolletino delle chiese di rito bizantino, Vol. I, pag. 21- 23, Roma, 1923.

(2) Cappella della Madonna dell’ Οδηγήτρια, detta volgarmente «Madonna di Costantinopoli» e veneratissima in molti paesi dell’Italia meridionale.

 

San Geronimo appresso la croce

Capita che certe memorie, vadano perse ritenendo vacuo il loro contenuto o magari solo per disattenzione o nella convinzione che tanto, certe cose, siano destinate a durare per sempre. Capita poi, alle volte, che per puro diletto, o per passione, ci ritroviamo a scarabocchiare i nostri pensieri e le memorie, sul primo foglio che abbiamo sott’occhi. Fu forse qualcosa del genere, che capitò al nostro scritto cinquecentesco, ritrovato tra le ultime pagine di un registro notarile.

Non si conosce l’autore; magari fu lo stesso notaio Giovan Domenico Montalto a scrivere i versi. O forse, magari, lo stesso si limitò a registrare un canto che a Bisignano, nella sua città, doveva essere intonato dai fedeli  nel corso della Settimana Santa, durante le celebrazioni sacre della Pasqua, o in onore di San Geronimo, che nell’inno appare come protagonista.

Capita che a volte certe memorie vengano ritrovate e ricordate…ancora una volta. [1]

 

San Ger.mo appresso la Croce

 

Hor i benuto il tempo i l’hora e gionta

che di non contemplar l’alma pintita

si mostra Audace: Vigorosa i p[ro]nta

 

[…] hor mai fui partita

i mi solo lasciati i[n] q[ue]ste parti

ch’il mio peccato à lacrimar mi Invita

 

Dor poi ch’il mio fallir colma la corte

aversario Infernal’ giusto signore

qual modo usero io per satisfarti

 

Battero tanto il petto finch’il Core

si venghi á putrefar fin che la voglia

di l’offender mai piu si caccia fuore

 

E tormentando mia rugosa spoglia

faro ch’ l’alma ancor p[er] gli occhi i via

un’ mar di pianto una continua doglia

 

La tua binignita clemenza i pia

non recepra da me l’opra che frale

p[er]  satisfar tant’ Influentia mia

 

Attendi signor mio nel cor il q[u]ale

penitentia i dolor continuo piange

i sol p[er]  tema teme ancor pio male

 

Piangho i contemplo il Corpo tuo ch’e sangue

i col proprio dolor l’aspri legami

del Infernal’ nemico grida i piange.

 

Contemplo signor mio ….[manca il testo]

co[n] braccia apert..[manca il testo]

[manca il testo]

 

Contemplo il capo ch’Inclinato Iace

à mi p[ro]mette cò benigno volto

Gratia: reposo: gioya: i santa pace

 

Contemplo qlle man’ ch’il Ciel à sciolto

di tante stelle di mostrar due fonti

ove amore i pietà insiemi accolto

 

Contemplo q[ue]lli piedi, fur si punti

á trapassar senza bagnarsi all’acqua

sol di misericordia insieme agiunti

 

Contemplo il santo, lato a cui dispiacque

salvarne senza dimostrar palese

q[ua]nto l’homo fallace al cuor piacque

 

Miserere sig.r di tante offese

di tanti miei pensier fallaci i bani

di tante cieche boglie i false Imprese

 

Miserere signor di tanti strani

miei disiderii o del voler smarrito

spesi sol dietro à farsi obietti i[n]vani

 

Miserere signor dal corpo umito

Miserer dal anima che grida

che sà q[ua]nto falliscie et hà fallito

 

Miserere sig.r di cui non fida

nella sua forza pio salvo chi spera

che tua misericordia la guida

 

Miserere signor della singera

fede del [manca il testo]

[manca il testo]

 

 

[1] ASCS, sezione notai, Montalto Giovanni Domenico, a. 1575, vol. II.

I Vattienti di Nocera

“…non è meraviglia che sopravviva ancora in un vecchio paese della Calabria il rito antichissimo del sangue: originario per la morte di Adone e per la sua resurrezione e per la morte e la resurrezione di Attis esso rimane in Nocera Terinese, ma adottato alla commemorazione della morte e della resurrezione del Cristo, come sopravvivenza o meglio reviviscenza”. A. Basile, il rito del sangue del Giovedì santo in Nocera Terinese, in Folklore de Calabria”,IV, 1959.

Reportage del 7 aprile 2012