San Demetrio Corone

Karnivalli Kryaprer

Karnivalli Kryaprer doj mish e hjoromer… è l’incipit di una delle tante filastrocche che segnano l’avvicendarsi del Carnevale in molte comunità arbereshe della provincia di Cosenza. Ancora in alcuni di questi paesi la festa conserva i suoi caratteri più veri e originali mentre in altri, purtroppo, resta soltanto la memoria di riti atavici, ove il tempo non sia giunto a cancellarne la stessa. Partendo da quegli usi che già attorno agli anni 60 del ‘900 minacciavano di scomparire (come poi è successo), vanno ricordate alcune maschere e alcuni riti, all’epoca registrati nei comuni di Falconara Albanese e di Santa Sofia d’Epiro. In entrambi i paesi era attestata la presenza di kllogjeràt[1], uomini mascherati da frati che muniti di ‘turibolo’ (una vecchia pignatta) spargevano fumo maleodorante ai malcapitati di turno; fumo prodotto dalla combustione di capelli misti a pepe  – peper e lesh -.

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Santa Sofia d’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Sempre nei due paesi era comune mascherarsi da zingari adoperando allo scopo tutti gli arnesi di cui solitamente facevano uso i fabbri ambulanti. La cosiddetta “zingariata” pare si svolgesse il Lunedì precedente le Ceneri e in sostanza si riduceva a una questua tra le case dell’abitato.

Ancora a Falconara, altre maschere erano quelle dei “bovari” che muniti di campanacci percorrevano le vie dell’abitato. Mentre a Santa Sofia viene ancora ricordato l’utilizzo di campanacci collegato soprattutto a sortite notturne e accompagnate da stornelli canzonatori e pungenti, recitati nei pressi dell’abitazione del proprietario a cui erano dirette le ingiurie.

Legata ancora all’utilizzo di campanacci è una maschera tutt’oggi presente nella comunità albanese di San Demetrio Corone. Si tratta di djelzit, ovvero dei diavoli; uomini ricoperti di pellicce animali, incoronati da corna caprine e dalle facce tinte di nero carbone, che nel giorno di Martedì Grasso, si aggirano tra le vie del paese impaurendo chiunque incroci il loro cammino, facendo questue per le case e immobilizzando il traffico stradale (salvo se non viene dato loro un obolo consistente in qualche moneta).

Santa Sofia D'Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Santa Sofia D’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Quasi del tutto già scomparse negli anni 60 erano zàrjat  a Santa Sofia. Si trattava di un gruppo mascherato da streghe che accompagnavano un altro personaggio ma del cui vestiario, purtroppo, non resta alcun ricordo. Nella stessa comunità si ravvisava la presenza di uomini muniti di mantello e con il volto occultato da maschere o nerofumo, che durante la settimana carnevalesca, uscivano in questua, per terrorizzare i più piccini o per perpetrare le loro burle. Una di queste maschere prevedeva –  oltre al mantello –  l’utilizzo del cranio di un asino posto sulla testa. Un’altra invece utilizzava l’organo genitale maschile suino, che annerito di fuliggine o di grasso preso dal fondo di vecchie pentole, veniva letteralmente schiaffeggiato sul viso degli sventurati che vi sarebbero incappati.

La festa carnevalesca, così come in molti paesi della Calabria e non solo, terminava con la sceneggiata dei funerali di Carnevale. Un vero e proprio grottesco corteo funebre che culminava con il rogo (purificatore) del fantoccio personificante Carnevale. Ancora a Falconara, questo rito era concluso per opera di zarùfet; maschere vestite da anziane signore con in mano fuso e conocchia, raffiguranti la Quaresima e che passando di casa in casa, con le loro urla, segnavano il termine della festività.

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d'Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk "Shëndija" di San Benedetto Ullano

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d’Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk “Shëndija” di San Benedetto Ullano

In molti paesi albanesi erano poi diffuse le ridde, durante tutta la settimana di Carnevale, in cui uomini, camuffati da donna con gli abiti tradizionali femminili, intonavano canti in arbërishtja. Ancora oggi, in alcuni paesi – come il caso di Cervicati e Mongrassano – durante i giorni del Carnevale, gruppi di donne si radunano per i rioni e le piazze dei paesi abbigliate degli abiti tradizionali, intonando canti eroici di un tempo ormai lontano.

[1] Il termine veniva registrato solo a Falconara.

L’Omousion del vescovo Bugliari

La Dissertazione teologico-storico-critica sulla parola Omousion, venne data alle stampe nel 1791. Suo autore fu il vescovo greco Mons. D. Francesco Bugliaro[1]. Nato a Santa Sofia d’Epiro nell’Ottobre del 1742 dal chierico di rito greco Giovanni e da Maria Baffa, Bugliaro (o Bugliari)  fu Vescovo di Tagaste e presidente del Collegio italo-greco Corsini; benché la sua notorietà resti maggiormente correlata alle vicende che interessarono i suoi ultimi istanti di vita. Nell’Agosto del 1806, infatti, il Vescovo veniva brutalmente assassinato nel suo paese natio, da bande sanfediste.

Ritratto di Mons. Francesco Bugliari custodito presso l’ex Collegio di Sant’Adriano.

La dissertazione, ad oggi, è l’unico scritto che si conosca del prelato e per questo considerata un’opera ‘rara’ e di interesse. In essa l’autore, dissertando sull’Omusion – ossia sulla consustanzialità del Padre con il Figlio – propone di conciliare l’apparente contraddizione venuta fuori tra il concilio di Antiochia e quello di Nicea. Fino al 1976 si conoscevano di quest’opera soltanto due copie: una custodita nella biblioteca nazionale di Napoli e l’altra nella biblioteca privata della famiglia Gencarelli di San Demetrio Corone. Di quest’ultima, purtroppo, non si conoscono le vicende successive.

La versione dell’opera, visionabile e scaricabile gratuitamente dalla sezione Libreria, è invece una copia manoscritta del testo, fatta nel secolo scorso dal dott. Francesco Bugliari. Nato nell’Agosto 1850 da Domenico e Alfonsina Marchianò, Francesco studiò medicina a Napoli sotto la guida dello zio, il rev. D. Giuseppe Bugliari [2](futuro Vescovo di Dansara e Presidente del Collegio italo-greco di S. Adriano). Durante la sua vita il dott. Bugliari si interessò alla propria storia patria, fornendo il materiale per due opere (relative alla vita dei citati vescovi) entrambe pubblicate postume dal figlio Angelo.

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[1]  Notizie relative al Vescovo si possono reperire in: Bugliari Francesco, Vita di Mons. Francesco Bugliari: vescovo titolare di Tagaste, Presidente del Collegio Italo-Greco di Sant’Adriano, 1742-1806, Tipografia M.I.T., 1976, Cosenza.

[2] Sul vescovo Giuseppe Bugliari: Bugliari Francesco, Mons. Giuseppe Bugliari, Grafiche Casentino SAS, Caltagirone, 2007 (rist. a cura di Luciano Bugliari)

Trent’anni di canzone arbëreshe

Il festival della canzone arbëreshe di San Demetrio Corone, in un’edizione speciale del Luglio 1986

Le carceri del castello di Castromonte a Bisignano

Baluardo e simbolo stesso della città, il castello di Bisignano e la sua storia, furono da sempre il fulcro attorno al quale ruotarono le dinamiche e gli sviluppi che contrassegnarono la cittadina stessa nella sua evoluzione. Dal 1964, la zona denominata castello (ormai una collina di detriti) venne abbassata di più di 40 metri, purtroppo però, senza cercare di rinvenire e preservare, gli ultimi resti dell’antica fortezza. Le prime testimonianze di essa risalgono infatti ai Bruzi, i primi abitatori del luogo. Dalla rocca Brezia del IV secolo si passerà quindi alla fortificazione di età romana; e poi ancora a numerose altre ricostruzioni e potenziamenti ad opera dei vari conquistatori che via via, si succedettero al dominio sulla città: longobardi, bizantini, saraceni, svevi e angioni fino a giungere ai Sanseverino, a partire dal 1462. In realtà fu solo più tardi, con il principe Pietro Antonio Sanseverino (1515 – 1559), che la costruzione preesistente venne ristrutturata e ampliata. Di come dovesse presentarsi il Castello di ‘Cacomacio’, detto poi di ‘Castromonte’, resta solo l’ormai nota stampa del Pacichelli, che lo ritrae però, soltanto nel XVIII sec. a sovrastare tutto l’abitato.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Nella seconda metà del 500, gli atti fanno generalmente riferimento a “lo castello della Motta” o ancora al “castro mottae”. A questa data, il responsabile del fortilizio è il Magnifico  Giovani Giacomo della Cioppa (nei secoli successivi “della Gioppa” o “Lagioppa”) che ricopre appunto, l’ufficio di castellano. Originario di Tarsia, Giovanni si trasferì a Bisignano in questo periodo, forse proprio per ricoprire l’importante incarico che gli veniva affidato. A trasferirsi in città gli fecero seguito i suoi familiari: i magnifici Rev. Giovanni Vincenzo, Cesare (forse mastro d’atti in Bisignano nello stesso periodo) e Vittoria (quest’ultima promessa in sposa al magnifico dottore (in entrambe le discipline) Giovanni Giacomo Severino da Tarsia. La famiglia in seguito fu nobile in Bisignano e i suoi rappresentanti ricoprirono alte cariche all’interno dell’amministrazione cittadina.

Bisignano

Tornando al castello, sembra che almeno a questa data, la sua funzione precipua fosse quella di carcere per detenuti di vario genere. Nel 1571 il castello ospita 7 carcerati imputati di vari crimini: “Magn. Giovanni Tommaso Romano criminale[1], Benigno Liczano(?) alias Brancasa criminale, Francesco Bastone per debito, Geronimo Cerzito per debito, Francesco de Grimaldo per debito, Giovanni Pietro e Giovanni Battista de Mauro per furto. Nello stesso anno tra i guardiani spunta il nome di tale Magn. Giovanni Paolo de Benedicto, mentre a ricoprire il ruolo di comandante, sarebbe tale Magn. Luciano de Docimo e per lui il suo procuratore Magn. Pietro Russo. Pietro, in effetti, paia svolgere in questi anni (quale procuratore dello stesso Principe di Bisignano), tutte le pratiche relative all’amministrazione del castro. Tra le sue incombenze, quelle di assicurarsi del trasferimento di prigionieri trattenuti nelle carceri di Bisignano, ma destinati ad altri luoghi. È il caso, ad esempio, del camerlengo del casale albanese di Cervicati. “Captivo et carcerato”, Lazzaro de Conte (questo il suo nome) viene affidato al suo compaesano Dimitri Barci, affinché venga scortato da questi nella città di Morano alla presenza dei “signori auditori”, ad ascoltare e obbedire quanto da questi verrà loro ordinato. Un giorno di tempo per raggiungere Morano; pena, altrimenti, di once 15 e la carcerazione di Giorgitello Ribecchio (anche lui di Cervicati), trattenuto intanto nelle carceri a garanzia del trasferimento. Medesimo copione si ripete per il Magn. Filippo Eusebio, che condotto a Bisignano, viene consegnato al Magn. Giovanni Paolo de Bencivegna affinché con ogni “strettissima diligenza” possa essere portato alle carceri di Pocoluce, della città di Cassano, e quivi relegato come prigioniero e “homo de lavoro”.

Sempre nello stesso anno 1571 e sempre con lo stesso Pietro Russo, in qualità di procuratore “dell’ illustrissimo Principe di Bisignano”, fanno atto di fede, circa i termini di un’obbligazione, alcuni cittadini albanesi del casale di San Demetrio Corone. Russo, in rappresentanza del carcere della motta di Bisignano, procede a stilare i termini di un impegno con l’Università del casale di San Demetrio, rappresentata dal Camerlengo Cola Busci (Buscia) nonché dagli altri convenuti: Michele Cannadea (Canadè), Todaro Lopes, Corsetto(?) Belluccia, Prospero Calisce e Barone Pisarra. Tutti si impegnano a far fronte al loro obbligo sotto pena valutata in once e garantendo con il trattenimento nel castello di altri loro concittadini “i quali non abbiano di partire di detto castello senza espressa licenza”. I cittadini trattenuti, che compaiono nuovamente in un atto di una settimana successiva al primo, sono:   Antonio Marchiano, Conte Belluccia, Pietro Busci, Stamato Demetrio e Cola Stamato di Giorgio, Mira e Joanne Belluccia “tutti di detto casale di san demetrio”.[2]

[1] ASCS, sezione notai, Valle Pietro, a. 1571, f. 321, 327, 328, 370v., 374.

[2] Romano, accusato dell’omicidio di Tommaso Greco, verrà consegnato il 27 Marzo 1571 ai Magnifici: Anselmo delli Luzzi, Marco delli Luzzi, Pietro Romano e Benigno della Cava, i quali si obbligheranno con la Principal Curia (sotto pena di un pagamento in once d’oro) ad occuparsi del prigioniero e a far si che “si habbia de star carcerato dentro detto carcere nè di giorno né di notte, etiam con le porte chiuse come aperte…”

Un’istantanea sulla Corigliano Calabro di fine ‘700

Alcune testimonianze[1] relative a fatti di cronaca accaduti circa due secoli orsono, ci offrono uno spaccato della vita che si doveva svolgere a Corigliano Calabro in quel tempo. Correva l’anno 1796 e Governatore in carica della cittadina in quell’anno era D. Vincenzo Baviera. Personaggio che non ebbe vita facile, a quanto pare, con l’allora Duca di Corigliano Giacomo Saluzzo, a giudicare dai fatti narrati nelle testimonianze e dalle trame (presunte o tali) ordite dal Duca a danno del Governatore. Pur non conoscendo l’origine degli screzi, si innescarono alla fine di agosto di quell’anno una serie di eventi, volti a contrastare e annullare l’operato del Governatore. Già nel 1794 si è a conoscenza di alcune controversie col supremo consiglio delle Finanze e relative alla stima dell’olio nei centri di Corigliano e Cassano.[2]  E fu forse proprio la vertenza dell’oglio e di altre merci, che dovette stare all’origine della vicenda. Tra le testimonianze infatti, vengono riportate pure quelle relative alla vendita dell’olio, del pane e delle carni e che offrono altresì un piccolo spaccato della vita di allora.

PCorigliano Calabro. Castello Ducale. Salone degli Specchier esempio nel 1795, “l’oglio si vendea nelle taverne a grana 4 il solito misurello, o sia pignatello”. Come emerge dalle dichiarazioni dei Deputati Mastri dell’Università, ovvero Mastro Natale Taranto, Mastro Michele Mauro, e Mastro Antonio Curto, alcune persone erano incaricate di girare per le taverne e vigilare al ché non venissero alterati i prezzi e commesse frodi. Lo stesso valeva per quanto riguardava il pane realizzato col grano annonario; il quale pane doveva essere della misura e qualità prestabilite; quando si veniva meno a tali richieste i testificatori  ordinavano di vendere a minor prezzo il pane, “o alle volte lo facevano dare ai carcerati o ad altre persone povere per carità”. In questi anni erano addette alla panificazione Felicia Gallo, Felicia Bruno, Serafina Gallo, e il panettiere Antonio Montera. Il prezioso grano destinato all’annona veniva custodito in un magazzino ‘blindato’, protetto da una porta a triplice serratura e da una ulteriore porta esterna aggettante sulla piazza. Le tre chiavi della porta erano in mano ai deputati Gentiluomini D. Vincenzo Misciagna e D. Carlo Maria La Petra; dai deputati del secondo ceto, i Mastri Pasquale Bruno e Domenico Severino; mentre la terza chiave stava in mano del magazziniere (nominato dal sindaco), il deputato Mastro Franco Mingrone. La chiave della porta esterna era tenuta invece dalla cernitrice Teresa Montera. Per prendere grano dal magazzino inoltre, dovevano ancora presenziare il sindaco (in quegli anni D. Francesco Saverio Mauro) oltre al misuratore Agostino Rugiano. Il pane, come già detto, doveva essere fatto secondo un peso prestabilito al principio dello scandaglio, ovvero quando veniva misurata la quantità del grano immagazzinata in ciascun anno. Terminato anzitempo il grano annonario, il sindaco avrebbe potuto concedere ai panettieri “il permesso di fare del pane libero senza timore d’incorrere a contrabanno”. In ultimo, per ciò che concerne la carne, l’affitto del macello veniva appaltato a uno o più individui, costituiti in società di cui generalmente facevano parte uomini che offrivano le risorse economiche e quelli che materialmente si sarebbero occupati della macellazione. Nel 1795 amministravano il macello i Magnifici D. Giuseppe Lettieri e il Dott. D. Giuseppe Scorzafave (fratello di D. Pasquale Scorzafave), assieme a   Giovanni Battista Capuccio. L’Università cittadina si accordava quindi di affittare il macello di tutte le carni a “esclusione di quella de Neri, p[er]che è stato sempre solito comprarli per conto dell’Uni[versi]tà med.a”. D’altro canto i maiali erano, come dichiarato, un affare dispendioso e sconveniente dovendo far fronte a ingenti spese, partendo dalla compra dei maiali stessi, sino alle spese per il loro mantenimento: “spese di ghiandaggio, custodia, ed altro”; senza sottovalutare come in periodi di carenza di ghiande, “ai maiali viene a mancare il peso”. Ad occuparsi del macello dei neri in questi anni era ancora il Capuccio assistito da Mastro Leonardo Carnevale. I maiali venivano acquistati dal sindaco per conto dell’Università e allevati dai custodi di neri, (come Pasquale Sapia). Nel mese di Dicembre venivano scelti i maiali destinati alla macellazione; essa avveniva di mattina e, al fine di non commettere frodi ai danni dell’Università, alla presenza di sindaco e deputati (in questi anni oltre a Mingrone è attestato il nome di Mastro Saverio di Formoso.

Tornando alla vicenda, a partire da Agosto, pare che il Duca mise in atto i propri piani affidandosi ai suoi maggiori confidenti e che grazie allo stesso, erano riusciti a ricoprire negli anni passati incarichi di prestigio e remunerativi, come la stessa carica di Governatore o ancora quella di sindaco. Ciascun personaggio citato nelle testimonianze era, come già detto, “intimo confidente” del Duca. Quasi tutti avevano coperto la carica di sindaco e “senza aver dato conto della sua amministraz.ne”. D. Vincenzo Misciagna (al quale è affiancato il figlio D. Domenico) era medico personale del Duca ed era stato sindaco nel 1786 e 1787 e ancora nel 1791. Sindaco nel 1793 e 1794 fu invece D. Pasquale Meligeni ,che oltre a non aver dato conto della sua amministrazione, viene accusato di qualche illecito riguardante l’annona, assieme a suo fratello D. Vincenzo Meligeni, a quel tempo magazziniere del grano annonario. Sindaco nel 1794 e 1795 fu D. Domenico della Cananea e attualmente patentato dal Duca a Mastrogiurato della città. Vicino al Duca è ancora D. Carlo Oranges il quale ha terminato nel luglio scorso l’incarico di governatore della terra di Vaccarizzo, feudo di esso Duca; inoltre non viene fatto mistero su come lo stesso Oranges sia stato dal Duca Patentato per il governo della terra di Palma (oggi Palma Campania) altro suo feudo. Termina questo elenco tale D. Orazio Malavolta, il quale diversamente dagli altri è “strettissimo” confidente del Duca. Il Malavolta fu direttore del piccolo Teatro presente nel palazzo ducale. Oltre alla direzione delle opere, pare che il Malavolta, assieme ai suoi fratelli, fosse solito recitare nelle varie opere di natura comica realizzate “per divertire lo stesso Duca”. Malavolta potè confidare dell’appoggio del Duca oltre che del sindaco del Parlamento tant’è che a seguito della sua nomina, i dipendenti e quelli vicini al Duca lo portarono “in trionfo sulle spalle fino nel Palazzo Ducale, in dove fu loro aperta quella cantina, e bevettero a loro capriccio”.

Da quanto gli stessi personaggi asserirono pubblicamente e da dichiarazioni rilasciate dai Mastri Pasquale De Luca, Pasquale Peluso, Michele Mauro, e Luigi Palopoli, nonché dal Magnifico D. Domenico Antonio Marchianò originario di San Demetrio ma da più anni abitante in Corigliano, la mattina del 22 agosto i sei personaggi vennero mandati nella capitale Napoli a spese del duca. Del resto pare che fatta eccezione per i Misciagna, tutti gli altri “non sono in facoltà tali a poter fare simili spese voluttuose di viaggio, e permanenza”. Tutti a cavallo (su cavalli della camera ducale) e accompagnati da due Bargelli della medesima chiamati Benedetto Bellucci e Rosario Li Trenta, andarono a Napoli in ‘missione’ per conto del Duca.

Il 29 agosto, intanto, un serviente della Corte ducale, mastro Gaetano Santo, imbattendosi in D. Vincenzo Malingeni, e anticipandoli dell’istanza che gli avrebbe notificata, questi, assieme a D. Tommaso Gamardella che si trovava assieme a lui, lo minacciarono a morte se mai gli fosse pervenuta carta alcuna; anzi, aggiunsero che per ordine del Duca  gli avrebbero rotto le braccia e se avesse continuato ad eseguire gli ordini della camera, il Duca “non l’avrebbe fatto trovare ne morto, ne vivo”. Dopo due giorni, a seguito delle bandizioni relative all’annona fissata per giorno 4 settembre, ed emanate da Gaetano Santo, questi venne raggiunto nella sua casa alle 2 della notte dal Magnifico Antonio Ripa, il quale lo invitava, sotto il falso pretesto di un ordine imminente, di recarsi a casa di Basilio Campana, tenente questi del Bargello della Camera Ducale. Il tenente Campana (che intanto andrebbe detto, era cognato dell’Oranges sopra menzionato) su ordine del Duca lo condusse presso il Castello. Qui il Duca interrogò il serviente su chi gli avesse ordinato di emanare i bandi (ovvero il Governatore e il sindaco) e che per questa volta lo perdonava ma che se avesse altre volte emanato bandi senza il suo ordine, lo avrebbe “fatto morire dentro la caprara” facendo perdere le di lui tracce.

All’inizio di Settembre, come risulta da una testimonianzaCorigliano Calabro. Castello Ducale. fatta dai signori D. Pasquale de Rosis, D. Ambrogio Iacucci e  D. Serafino Rossi (quest’ultimo di S. Sofia ma abitante a Corigliano da più anni), il Duca, per mezzo di Misciagna e Gamardella (che questa volta vengono appellati  “fuorileggi”),  fece cercare per tutta Corigliano una comoda abitazione in cui sistemare un “personaggio di considerazione”, che doveva qui recarsi al fine di intervenire contro l’attuale governatore D. Vincenzo Baviera, verso il quale era stato pronunciato un ricorso dal mastrogiurato (patentato, si ricorda, dal Duca stesso). Non essendo riusciti a trovare l’abitazione, il Duca non si perdette d’animo e subito procedette a far sfrattare il suo Cavalcante Angelo Bisciglia, dalle case che teneva in affitto da Pasquale Palopoli; case site nella Piazza dell’Acquanova. La sera di venerdì 9 settembre, giunse D. Tommaso Sciuto, che appena arrivato andò a castello. Pare che da mattina a sera “quantunque podagroso”, Sciuto andasse a castello a “confabulare”col Duca. E ci ritornò, di tutta fretta, la mattina dell’undici, dopo che lo stesso Governatore gli mostrò “alcune provisioni” della Gran Corte della Vicaria che lo inibivano al proseguimento della diligenza rivolta nei propri confronti.

[1] ASCS, sezione notai, Giorgio Ferriolo, a. 1796, f. 17v. – 25r.

[2] lettera 1794. Essendosi suscitata la questione nel Supremo Consiglio delle Finanze per la stima dell’oglio di Corigliano, e Cassano, che si pretende accrescere dal regio Fisco…. Tratto da: Covino Luca, Governare il feudo, FrancoAngeli edizioni, 2013. pag. 297.

Cià!

come dire addio a 1000 anni di storia

Sopravvissuto al volgere dei tempi per più di mille anni (!) l’eremo di San Nilo nei pressi dell’Abazia di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (abbazia fondata dallo stesso monaco sulle rovine di una chiesa preesistente), sembra avere ormai i giorni contati. In questo luogo suggestivo, dove San Nilo da Rossano (Rossano 910 – Tusculum 1004) era solito ritirarsi, i monaci dopo di lui eressero una piccola cappella di cui oggi restano i muri perimetrali e la zona absidale ancora decorata con un affresco riproducente lo stesso Santo in preghiera. Di indubbia e importantissima rilevanza storica e artistica per la Calabria intera, il sito versa oggi in uno stato di semi abbandono. L’icona, deturpata già a partire dal XIX secolo dalle scritte lasciate allora dai visitatori per attestare il passaggio presso quei luoghi…, subì ulteriori sfregi agli inizi del ‘900, i quali riguardarono la parte relativa al volto del santo riprodotto nell’affresco. Nel 1995 la storia si ripete, con la distruzione operata a colpi di piccone! della parte terminale dell’affresco. Ovviamente in entrambi i casi, nonostante le segnalazioni e l’indignazione dell’opinione pubblica, non venne operato nessun tipo di restauro e, a quanto risulta, né vennero recuperati i pezzi di intonaco divelti dal dipinto, al fine di custodirli provvedendo col tempo a garantire il loro ripristino. Si giunge così al 2004, quando all’affresco (verrebbe quasi da dire “finalmente”, per quanto assurda sia la vicenda) viene dato il commiato finale, attraverso la scritta “Cia” apposta su di esso mediante bomboletta spray. Dal 2004 (sono passati ben 10 anni!) questa è la situazione.

Scatti del  9 Novembre 2014.

I Milizia e la committenza dell’altare di San Basilio nella chiesa di S. Adriano

L’altare di San Basilio Magno si colloca all’interno dell’antica chiesa Abbaziale di Sant’Adriano (a San Demetrio Corone), nella navata laterale destra, posizionato sul muro corto di fianco l’altare. Tutta questa parte dell’edificio, un tempo occupata dalle tre absidi originarie del tempio, venne distrutta in un periodo che Paolo Orsi, basando il suo ragionamento su connotazioni puramente stilistiche, comprese tra il 1600 e il 1700.[1] Chiesa di S. Adriano, interno. San Demetrio Corone (CS). Foto: Lorenzo Coscarella

Grazie al rinvenimento di nuove e importanti fonti archivistiche, si è oggi in grado di poter collocare gli interventi operati nella chiesa, in un periodo che non va oltre la metà del 1600. In una dichiarazione del 1664, si apprende infatti come nell’anno 1645 venisse eretto nella chiesa di S. Adriano uno Altare et una Icona sotto il titolo di S. Basilio.[2]

L’altare fu fatto costruire per volontà dell’allora visitatore provinciale, il reverendo Don Pietro Militia. D. Pietro, che già dal 1648 ritroviamo citato negli atti come Abate di Sant’Adriano[3], apparteneva a una nobile famiglia di Cosenza di cui un ramo spostò i propri interessi verso la Valle del Crati già a partire dalla metà del XVI secolo quando nel 1573, Giovanna Verre, moglie di Berardino Militia seniore, acquistò dall’allora principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino[4] la giurisdizione criminale del casale di Santa Sofia.

Pala d'altare. San Basilio Magno (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoNel 1597, a seguito poi delle nozze tra Berardino Militia juniore (nipote del precedente e zio ex fratre del reverendo Pietro) con la principessa Erina Sanseverino, figlia di Nicolò Berardino e di Isabella della Rovere, questo ramo della famiglia si trasferì prima a Bisignano e in seguito a Santa Sofia.

Anche nei due paesi i Militia esercitarono il proprio interesse verso luoghi di culto. A Bisignano, nella chiesa di Santa Maria di Coraca (dedicata a San Francesco di Paola), Erina Sanseverino fondò una cappella nel 1604 istituendo, assieme col marito, un censo annuo a beneficio dei frati che ne erano gli amministratori. Lo stesso Berardino Militia che viveva a Santa Sofia, deteneva, almeno  negli anni ’20 del XVII secolo, lo jus patronatus e presentandi sull’altare del Santissimo Rosario; altare un tempo eretto all’interno della chiesa oggi dedicata a Santa Sofia Martire.

Tornando all’Abate Pietro, da una nota riportata in un indice notarile (l’atto è andato disperso nei secoli), si evince come nel 1637, il reverendo avesse già eretto un’altra cappella, sempre dedicata a San Basilio, ma costruita all’interno della chiesa del Patirion a Rossano, e di cui a quanto sembra, non resta traccia.[5]

L’altare di san Basilio in Sant’Adriano, a tutt’oggi invece ben visibile, venne dotato dall’abate Pietro di una cospicua rendita, ovvero di uno pezzo di terra di tt.te vinticinq. nel terr./ di Bisignano nel loco detto la Macchia delli Monaci con/ una casa di fabrica dentro detta terra per prezzo di d.ti Cento, acquistato nel 1661; oltre a un oliveto nel territorio predetto acquistato per il prezzo di ducati 250, nel 1657 e 1658.

Tutte queste rendite, congiuntamente a un censo annuo di 5 ducati con capitale di 50, che doveva da Filippo Masci, abitante di Macchia (Macchia Albanese), vennero donate alla cappella nel 1661 e nuovamente in atto 1664[6]. L’abate lasciò inoltre in legato che venisse celebrata una messa nell’altare ogni mercoledì et proprio quella di S. Basilio, e la volontà di restare usufruttuario dei beni fino alla sua morte; di poi i beni sarebbero passati alla cappella seu monastero, e a beneficio e sotto la tutela quindi del nuovo abate. Nel 1670, a seguito della morte dell’abate Pietro (sopraggiunta tra maggio e novembre di quello stesso anno), la carica di abate nel monastero di Sant’Adriano verrà ricoperta nuovamente da un Milizia, ovvero l’Abate Antonio Militia, nipote dell’estinto suo zio l’abate Pietro.[7]

La tela dell’altare di San Basilio, che raffigura il Santo in piedi mentre viene incoronato della mitra da due angeli in volo, presenta pure nell’angolo dell’estremità sinistra in basso, lo stemma del committente assieme a una scritta oggi molto consunta, dove tuttavia si riesce a leggere il nome del committente, D. Petrus Militia, seguito dalla scritta che lo identifica come abate e visitatore provinciale: Abbas et Visitator Prol̃is ….

Riguardo lo stemma, esso raffigura un leone rampante sormontato da tre stelle a otto punte. Nonostante si tratti di immagini comuni a molti casati è curioso però ritrovare le stesse sul gonfalone del comune di Santa Sofia d’Epiro, dove campeggiano assieme all’immagine della Santa patrona del paese[8]. Si potrebbe pertanto avanzare l’ipotesi che la municipalità abbia utilizzato immagini che doveva conoscere molto bene, ovvero quello della santa patrona, Santa Sofia, e lo stemma della famiglia dei baroni laici che esercitarono la loro carica sul casale per quasi ben duecento anni, dal 1573 sino alla prima metà del XVIII sec.

Pala d'altare. San Basilio Magno, particolare (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoStemma comunale di Santa Soia d'Epiro (CS), tratto dai registri delle delibere di giunta dell'archivio storico del comune

[1] Orsi Paolo, La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza), in Bollettino d’arte del Ministero della pubblica istruzione, ago.-set., 1921.

[2] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[3] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, a. 1648 f. 110 v.

[4] Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, ed. Frama Sud, 1984.

[5] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, indice degli atti, a. 1637, f. 163v.

[6] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[7] ASCS, sezione notai, id., a. 1670, f. 186r.

[8] Il numero delle punte nelle stelle del gonfalone attuale è di 6. Stelle a 8 punte si ritrovano ancora nel timbro adoperato dall’università cittadina nel 1742 (catasto onciario) e ancora nei timbri utilizzati dalla municipalità per tutta la prima metà del XX secolo.