Cosenza

Karnivalli Kryaprer

Karnivalli Kryaprer doj mish e hjoromer… è l’incipit di una delle tante filastrocche che segnano l’avvicendarsi del Carnevale in molte comunità arbereshe della provincia di Cosenza. Ancora in alcuni di questi paesi la festa conserva i suoi caratteri più veri e originali mentre in altri, purtroppo, resta soltanto la memoria di riti atavici, ove il tempo non sia giunto a cancellarne la stessa. Partendo da quegli usi che già attorno agli anni 60 del ‘900 minacciavano di scomparire (come poi è successo), vanno ricordate alcune maschere e alcuni riti, all’epoca registrati nei comuni di Falconara Albanese e di Santa Sofia d’Epiro. In entrambi i paesi era attestata la presenza di kllogjeràt[1], uomini mascherati da frati che muniti di ‘turibolo’ (una vecchia pignatta) spargevano fumo maleodorante ai malcapitati di turno; fumo prodotto dalla combustione di capelli misti a pepe  – peper e lesh -.

carnivali

Santa Sofia d’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Sempre nei due paesi era comune mascherarsi da zingari adoperando allo scopo tutti gli arnesi di cui solitamente facevano uso i fabbri ambulanti. La cosiddetta “zingariata” pare si svolgesse il Lunedì precedente le Ceneri e in sostanza si riduceva a una questua tra le case dell’abitato.

Ancora a Falconara, altre maschere erano quelle dei “bovari” che muniti di campanacci percorrevano le vie dell’abitato. Mentre a Santa Sofia viene ancora ricordato l’utilizzo di campanacci collegato soprattutto a sortite notturne e accompagnate da stornelli canzonatori e pungenti, recitati nei pressi dell’abitazione del proprietario a cui erano dirette le ingiurie.

Legata ancora all’utilizzo di campanacci è una maschera tutt’oggi presente nella comunità albanese di San Demetrio Corone. Si tratta di djelzit, ovvero dei diavoli; uomini ricoperti di pellicce animali, incoronati da corna caprine e dalle facce tinte di nero carbone, che nel giorno di Martedì Grasso, si aggirano tra le vie del paese impaurendo chiunque incroci il loro cammino, facendo questue per le case e immobilizzando il traffico stradale (salvo se non viene dato loro un obolo consistente in qualche moneta).

Santa Sofia D'Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Santa Sofia D’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Quasi del tutto già scomparse negli anni 60 erano zàrjat  a Santa Sofia. Si trattava di un gruppo mascherato da streghe che accompagnavano un altro personaggio ma del cui vestiario, purtroppo, non resta alcun ricordo. Nella stessa comunità si ravvisava la presenza di uomini muniti di mantello e con il volto occultato da maschere o nerofumo, che durante la settimana carnevalesca, uscivano in questua, per terrorizzare i più piccini o per perpetrare le loro burle. Una di queste maschere prevedeva –  oltre al mantello –  l’utilizzo del cranio di un asino posto sulla testa. Un’altra invece utilizzava l’organo genitale maschile suino, che annerito di fuliggine o di grasso preso dal fondo di vecchie pentole, veniva letteralmente schiaffeggiato sul viso degli sventurati che vi sarebbero incappati.

La festa carnevalesca, così come in molti paesi della Calabria e non solo, terminava con la sceneggiata dei funerali di Carnevale. Un vero e proprio grottesco corteo funebre che culminava con il rogo (purificatore) del fantoccio personificante Carnevale. Ancora a Falconara, questo rito era concluso per opera di zarùfet; maschere vestite da anziane signore con in mano fuso e conocchia, raffiguranti la Quaresima e che passando di casa in casa, con le loro urla, segnavano il termine della festività.

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d'Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk "Shëndija" di San Benedetto Ullano

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d’Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk “Shëndija” di San Benedetto Ullano

In molti paesi albanesi erano poi diffuse le ridde, durante tutta la settimana di Carnevale, in cui uomini, camuffati da donna con gli abiti tradizionali femminili, intonavano canti in arbërishtja. Ancora oggi, in alcuni paesi – come il caso di Cervicati e Mongrassano – durante i giorni del Carnevale, gruppi di donne si radunano per i rioni e le piazze dei paesi abbigliate degli abiti tradizionali, intonando canti eroici di un tempo ormai lontano.

[1] Il termine veniva registrato solo a Falconara.

Un tesoro di carta: il fondo antico della “Biblioteca civica Angelo Masci”

La Biblioteca civica Angelo Masci fu inaugurata nel 1981, a seguito della soppressione (avvenuta alla fine degli anni ’70) dei Centri di Lettura istituiti con Circolari Ministeriali del giugno e del novembre 1951 e 1952. Oggi inserita in una sede all’avanguardia, dotata di sei postazioni pc con accesso a internet, una sala audio, una sala convegni, tre sale lettura con decine di spazi per gli studiosi, la biblioteca, con i suoi oltre 10000 volumi, rappresenta un fiore all’occhiello per la comunità di Santa Sofia d’Epiro e un polo interessantissimo e di grande rilevanza culturale per l’intera provincia di Cosenza. Benché ancora poco sfruttate, molteplici sarebbero le potenzialità che la stessa biblioteca potrebbe porre in essere, vantando, tra le altre sezioni, un corpus di volumi unico e raro, costituito dal fondo antico. Recentemente sottoposto a un lavoro di ricognizione (https://spazio3916.wordpress.com/progetti/una-biblioteca-per-la-scuola/) all’origine del fondo, la donazione, sul finire degli anni ’80, al comune di Santa Sofia d’Epiro, della biblioteca privata del dott. Angelo Bugliari (1902 – 1987). Un vero e proprio tesoro bibliografico che raccoglie testi, ormai divenuti pressoché introvabili, e relativi a studi meridionali e di albanistica. I libri recano, e non di rado, dediche fatte a Bugliari dagli stessi autori, nonché una serie di appunti che Angelo Bugliari era solito fare ai margini del testo, attestanti la vivace curiosità della sua persona.

Altra donazione negli stessi anni, venne fatta alla biblioteca dalla famiglia del prof. Vincenzo Becci e ancora, in questi ultimi anni, altri volumi sono stati donati dagli eredi di Atanasio Guido e altri appartenuti alla biblioteca dei fratelli Adolfo, Emiliano e sacerdote Giovanni Masci.

Come può accadere in tutte le biblioteche (specie per quelle più antiche), in esse possono convergere altresì testi provenienti da diverse collezioni, finiti lì, nel corso dei decenni, per le ragioni più disparate: una mancata restituzione, un’acquisizione, una donazione, etc. E così che si comincia a seguire il filone di altre biblioteche, ormai perse per sempre. Un caso è quello della biblioteca di Giovanni Fazio (di cui numerosi testi si ritrovano nel fondo della famiglia Guido di Giorgio) o della modesta biblioteca della famiglia Cardamone. Per quanto concerne il trascorso di quest’ultima, smembrata e divisa tra i molti eredi, il grosso dei libri andò irrimediabilmente perduto nella prima metà del ‘900, al seguito del crollo della soffitta sovrastante la stanza in cui era collocata la libreria. Alcuni di questi libri tuttavia, si salvarono confluendo, come è emerso, nel fondo Guido di Atanasio. Si tratta di un paio di copie appartenute al reverendo D. Domenico Cardamone (vissuto nel XVIII sec. e parroco della chiesa di Santo Stefano in Bisignano) e a un suo pronipote, Basilio Cardamone (un ragazzo ucciso ad appena 22 anni nel 1896).

Ma il corpus più cospicuo e interessante di tutta la raccolta resta tuttavia quello costituito dalla biblioteca della famiglia Guido, eredi di Giorgio. Si tratta di una biblioteca privata acquistata dal comune di Santa Sofia d’Epiro per la somma di ben 2.000.000 di Lire. Quasi tutta la biblioteca venne ereditata dalla famiglia Guido (che nel corso degli anni comunque, integrò la stessa di nuovi e interessanti volumi) da un’altra biblioteca privata, ovvero quella appartenuta al dott. Pietro Alessandro Becci, nato nel 1821 e morto agli inizi del ‘900. Appartenente a una delle più facoltose famiglie del posto, il medico si trasferì in casa Guido (assieme ai suoi testi) nel 1867, quando, rimasto vedovo di Raffaella Ferriolo, sposò la sorella di lei, Maria Giuseppa Ferriolo (già vedova di Nicola Guido). Si tratta quindi di una biblioteca formatasi a metà ‘800 ma che andava a integrarsi a testi già presenti in casa Becci e Ferriolo (come si evince dalle firme apposte sugli stessi testi da persone vissute secoli prima). Oltre un paio di seicentine, numerosissimi sono i volumi di sette e ottocento, tra cui non mancano prime edizioni e testi rari. Gran parte dei volumi appartenuti a Becci recano il proprio monogramma, costituito dalle iniziali del suo nome “BA”. Essendo Alessandro un medico e avendo lui studiato medicina a Napoli, gran parte dei testi trattano la branca medica e quasi tutte le edizioni provengono da stamperie napoletane. Alcuni di questi testi vennero utilizzati certamente da Becci durante i suoi studi (come testimoniano i suoi appunti apposti al margine sui frontespizi o alla fine dei volumi); e sono proprio questi appunti a fornire dettagli sul personaggio, sul suo lavoro e sui suoi interessi. La maggior parte di essi riguardano il campo medico e si tratta di postille che Becci aggiunge a margine del testo; mentre, altre volte, il medico appunta proprie formule o le proprie esperienze (vedi foto seguente).

Forse nella fretta di raccogliere un pensiero (proprio come accade ancora oggi ai parlanti l’arbërishtja), il medico appone, non di rado, all’interno di appunti stesi in italiano, termini albanesi (a titolo di esempio: “…la lingua allora si è accorciata /u cyrrus/”). Oltre alla curiosità intrinseca, questi pochi termini e soprattutto il modo in cui vengono trascritti, risultano importanti per capire come al tempo, si mettesse per iscritto una lingua tramandata solo oralmente e sostanzialmente priva di un alfabeto ufficiale. Benché non sia dimostrabile e non si possa parlare quindi di vera e propria passione, la curiosità verso la parlata arbëreshe, dovette comunque avere radici più profonde nel medico(1). Di sovente infatti, il medico trascrive nei propri libri parole derivanti dall’uso, cercando di trovare per esse una radice etimologica dal latino e dal greco. Nel 1860 poi, Becci darà alla sua quinta figlia il nome inconsueto (almeno per l’epoca) di Maria Garéa (alb. gioia, felicità). Ma forse l’eredità più cospicua della biblioteca del medico e relativa agli studi albanistici, è il preziosissimo testo del Nuovo Testamento, scritto in  albanese e con testo greco a fronte, edito ad Atene nel 1858. Una delle preziosissime rarità che la biblioteca può vantare assieme a molti altri importantissimi testi.

Insomma, un fondo, quello della Biblioteca civica Angelo Masci, costituito da testi rari e preziosi e che toccano argomenti tra i più disparati. La maggior parte di questi volumi, purtroppo, meriterebbe un’accurata operazione di restauro; e specialmente alcuni di essi, che l’umidità e il tempo hanno reso quasi impossibili da maneggiare, andrebbero prontamente recuperati al fine di salvaguardare questo patrimonio e tramandarlo così alle future generazioni.

(1) A tal proposito va pure ricordato come Alessandro Becci, facesse parte di quella schiera di intellettuali che contribuirono a fornire materiale a Girolamo De Rada per la realizzazione della sua opera “Rapsodie di un poema albanese…”. Ghika Elena, Gli scrittori albanesi dell’Italia Meridionale, presso A. Di Cristina, Palermo, 1867. pag. 18.

Un Natale a Plataci

Attorno agli anni 20 del ‘900, un giovane Papàs originario di Santa Sofia d’Epiro, D. Giovanni Masci (al secolo Paolo Virgilio Giovanni Andrea n. 24/01/1900 – m. 08/11/1929), veniva destinato alla parrocchia di Plataci e attorno al Natale, giungeva nella piccola comunità albanofona dell’alto Jonio cosentino. A raccontare le sue impressioni e a dar voce alle sue descrizioni, resta oggi una lettera, già pubblicata in Stoudion (1) e che riportiamo integralmente:

“La mattina del 22 alle 4 ero già in carrozza diretto verso la stazione che raggiungevo alle ore 6. Biglietto, e su in vagone che dopo due ore mi lasciava a Villapiana. Lì mi attendeva un asinello tirato da una vecchia vestita dimessamente e con una figura maschia, che mi confessava di non aver mai conosciuto che significhi viaggiare a cavallo. Mi accorsi subito di inoltrarmi tra gente arretrata. In compagnia del farmacista, nipote del defunto arciprete, che proveniente da Cosenza con lo stesso treno scendeva a terra meco, intrapresi l’escursione verso Plataci. Dove si trovava il paese? Chi lo sa!… E su su per quel viottolo pieno di ciottoli, aspro, praticato alle falde della catena di montagne che s’inabissano giù nel letto del fiume Saraceno. Dopo tre ore di viaggio attraverso pini selvatici, le nuvole sulla cima delle montagne si diradarono ed ecco apparire Plataci, rustica, bigia, a poca distanza.

Pian Piano la «cavalleria rustica» ci portò sul limitare del caseggiato. Era già corsa la voce dell’arrivo del «zoti» e parecchi bambocci con gli zuffoli natalizi, nel loro rustico costume, simili agli «scugnizzi» di Napoli, mi attendevano all’ingresso. Di qua di là sporgevano il muso dalle porte e dalle finestre vecchie e vecchi contenti d’avere per il Natale un sacerdote e più contenti di udire ch’io alle loro domande rispondevo in albanese. La mulattiera mi conduceva dall’impiegato postelegrafico, dove pranzai…alla paesana. Mi recai quindi all’alloggio preparatomi dal medesimo: una stamberguccia lunga quattro metri e stretta stretta; porte e finestre sgangherate (con quell’arietta piccante!), nera, con una mezza soffitta, un letto ed una vecchia sedia, una cassetta rotta che serviva come piede del bacino per l’acqua.

Sorrisi e pensai tra me: il Natale più bello Iddio l’ha riservato a me quest’anno, un Natale di missione! Contento, presi posto. Visitai di poi la Chiesa. Che squallore! Bellissima, forse la più bella dei paesi albanesi da me conosciuti per la purezza delle linee architettoniche, ma nessuna manutenzione; a metà terminata l’intonacatura, sporchissima. Rimisi in ordine l’altare, l’armadio; cercai del sagrestano, ma mi dissero ch’era morto giorni prima. Con promessa d‘un premio potei avere l’aiuto del sagrestano della cappella di Costantinopoli (2) per tutto il tempo della mia permanenza. Feci pulire il pavimento, lanciare a egual distanza  le pietre sparse per la Chiesa e che facevano le veci delle sedie. Quanti quintali di roba! Il mattino seguente celebrai la Liturgia.

Pochi bimbi curiosi e nessun altro, perché tutti erano in campagna e già hanno perduto da tempo l’uso di recarsi in Chiesa per udire la Messa la domenica; lo fanno nelle feste principali dell’anno. Con l’uso della Messa molti hanno perduto l’uso di battezzare, e quasi tutti quello di fare il matrimonio religioso: s’accontentano del civile. Feci visita alle poche autorità e mi resi conto della topografia dell’abitato, sporco, primitivo. Poche persone si incontravano qua e là, tutte mal vestite, anzi peggio di qualsiasi altro paese anche quando indossano gli abiti festivi. Primitività di costumi, è vero, ma la gioventù robusta e bella che ho incontrato lì, non avevo mai incontrato. Subito però capii che dentro quei tuguri che altrove servono solo per gli animali, che sotto quei cenci palpitavano dei cuori espansivi, gentilissimi, educatissimi.

Il giorno appresso, un funerale. Esiste un uso molto bello. Oltre il pane che distribuiscono al vicinato, usano portare in Chiesa molti lucignoli di creta o di ottone e formano un quadrato avanti all’altare, intorno a cui si canta l’άγιος dei morti; provai l’illusione delle catacombe.

La sera di Natale, tutti eran tornati dalle campagne e svegli durante tutta la nottata in attesa della Messa, s’erano ubbriacati a causa del buon vino.

Per prevenire qualsiasi disordine, avevo preavvisato il brigadiere, gentilissimo giovine, che intervenne personalmente coi RR. Carabinieri. Alle 12 mi recai in Chiesa, era già piena. Ma che chiasso! fischietti, zampogne, nacchere. Che vuole! «omnis effectus habet causam», ed in questo caso la causa era l’amor di-vino. Principiai la Messa cantata, ma i cantori a quattro passi di distanza non riuscivano ad udire la mia voce. Protestai più volte, ma non riuscii ad ottenere che un silenzio momentaneo. Ciò però che non ottenni io, lo feci ottenere al brigadiere che, dietro mio consiglio, condusse quattro o cinque in Caserma. Compresero che non scherzavo; alcuni vennero dopo a protestare, ma mi mostrai duro. Dopo la Messa pregai il brigadiere che li rilasciasse, ma lui si oppose ed ottenni che li multasse non come disturbatori delle funzioni di culto (3 mesi di carcere e L. 3000 di multa) ma come ubbriachi. Li liberò al mattino quando celebrai una seconda Messa con egual concorso, ma in perfetto ordine.

Conferii quel giorno alcuni battesimi; anche uno a un giovane di 27 anni. Altri ne conferii gli altri giorni. Non mi riuscì però di convalidare nessun matrimonio, principalmente per la ragione che la sera stessa della festa tutti tornano in campagna. Mi trattenni fino all’Epifania e non può immaginare quante gentilezze mi usarono, specialmente quando mi recai a benedire le case, in ognuna delle quali cercai di dire qualche buona parola. S’erano tanto affezionati, specie i giovani, che venivano a trovarmi in casa e feci forse più bene lì che in Chiesa.

Dopo l’Epifania volevano fare una petizione al Vescovo per non farmi partire.

Tre o quattro giorni dopo il mio arrivo salii sopra il boschetto che circonda il paese. Mai forse in vita mia avevo visto panorama più bello. La vista del mare si estendeva da Crotone a Taranto; di fronte il Pollino oscuro, tragico, sul quale non si potevan fissare gli sguardi se non con paura. Giù Cosenza, la Sila, ecc. D’estate, quel paese deve essere un piccolo paradiso terreste.

Il giorno otto, sotto la pioggia, partii, e mi bagnai tanto che verso la fine della montagna dovetti discendere dall’asino, entrare in una capanna e lì asciugarmi al fuoco. Ripresi la via della stazione; il tempo si rischiarò e la pianura del mare era un incanto: tutta ricoperta di rosmarino fiorito.

La sera mi fermai a Firmo nelle famiglie dei miei alunni, tenni una conferenza alle donne cattoliche, mi divertii un tantino.

Conclusione: Il popolo di Plataci buonissimo, ma troppo digiuno di istruzione religiosa ed il paese troppo abbandonato….”

 

 

 

 

 

 

 

(1) Stoudion, Bolletino delle chiese di rito bizantino, Vol. I, pag. 21- 23, Roma, 1923.

(2) Cappella della Madonna dell’ Οδηγήτρια, detta volgarmente «Madonna di Costantinopoli» e veneratissima in molti paesi dell’Italia meridionale.

 

I Milizia e la committenza dell’altare di San Basilio nella chiesa di S. Adriano

L’altare di San Basilio Magno si colloca all’interno dell’antica chiesa Abbaziale di Sant’Adriano (a San Demetrio Corone), nella navata laterale destra, posizionato sul muro corto di fianco l’altare. Tutta questa parte dell’edificio, un tempo occupata dalle tre absidi originarie del tempio, venne distrutta in un periodo che Paolo Orsi, basando il suo ragionamento su connotazioni puramente stilistiche, comprese tra il 1600 e il 1700.[1] Chiesa di S. Adriano, interno. San Demetrio Corone (CS). Foto: Lorenzo Coscarella

Grazie al rinvenimento di nuove e importanti fonti archivistiche, si è oggi in grado di poter collocare gli interventi operati nella chiesa, in un periodo che non va oltre la metà del 1600. In una dichiarazione del 1664, si apprende infatti come nell’anno 1645 venisse eretto nella chiesa di S. Adriano uno Altare et una Icona sotto il titolo di S. Basilio.[2]

L’altare fu fatto costruire per volontà dell’allora visitatore provinciale, il reverendo Don Pietro Militia. D. Pietro, che già dal 1648 ritroviamo citato negli atti come Abate di Sant’Adriano[3], apparteneva a una nobile famiglia di Cosenza di cui un ramo spostò i propri interessi verso la Valle del Crati già a partire dalla metà del XVI secolo quando nel 1573, Giovanna Verre, moglie di Berardino Militia seniore, acquistò dall’allora principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino[4] la giurisdizione criminale del casale di Santa Sofia.

Pala d'altare. San Basilio Magno (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoNel 1597, a seguito poi delle nozze tra Berardino Militia juniore (nipote del precedente e zio ex fratre del reverendo Pietro) con la principessa Erina Sanseverino, figlia di Nicolò Berardino e di Isabella della Rovere, questo ramo della famiglia si trasferì prima a Bisignano e in seguito a Santa Sofia.

Anche nei due paesi i Militia esercitarono il proprio interesse verso luoghi di culto. A Bisignano, nella chiesa di Santa Maria di Coraca (dedicata a San Francesco di Paola), Erina Sanseverino fondò una cappella nel 1604 istituendo, assieme col marito, un censo annuo a beneficio dei frati che ne erano gli amministratori. Lo stesso Berardino Militia che viveva a Santa Sofia, deteneva, almeno  negli anni ’20 del XVII secolo, lo jus patronatus e presentandi sull’altare del Santissimo Rosario; altare un tempo eretto all’interno della chiesa oggi dedicata a Santa Sofia Martire.

Tornando all’Abate Pietro, da una nota riportata in un indice notarile (l’atto è andato disperso nei secoli), si evince come nel 1637, il reverendo avesse già eretto un’altra cappella, sempre dedicata a San Basilio, ma costruita all’interno della chiesa del Patirion a Rossano, e di cui a quanto sembra, non resta traccia.[5]

L’altare di san Basilio in Sant’Adriano, a tutt’oggi invece ben visibile, venne dotato dall’abate Pietro di una cospicua rendita, ovvero di uno pezzo di terra di tt.te vinticinq. nel terr./ di Bisignano nel loco detto la Macchia delli Monaci con/ una casa di fabrica dentro detta terra per prezzo di d.ti Cento, acquistato nel 1661; oltre a un oliveto nel territorio predetto acquistato per il prezzo di ducati 250, nel 1657 e 1658.

Tutte queste rendite, congiuntamente a un censo annuo di 5 ducati con capitale di 50, che doveva da Filippo Masci, abitante di Macchia (Macchia Albanese), vennero donate alla cappella nel 1661 e nuovamente in atto 1664[6]. L’abate lasciò inoltre in legato che venisse celebrata una messa nell’altare ogni mercoledì et proprio quella di S. Basilio, e la volontà di restare usufruttuario dei beni fino alla sua morte; di poi i beni sarebbero passati alla cappella seu monastero, e a beneficio e sotto la tutela quindi del nuovo abate. Nel 1670, a seguito della morte dell’abate Pietro (sopraggiunta tra maggio e novembre di quello stesso anno), la carica di abate nel monastero di Sant’Adriano verrà ricoperta nuovamente da un Milizia, ovvero l’Abate Antonio Militia, nipote dell’estinto suo zio l’abate Pietro.[7]

La tela dell’altare di San Basilio, che raffigura il Santo in piedi mentre viene incoronato della mitra da due angeli in volo, presenta pure nell’angolo dell’estremità sinistra in basso, lo stemma del committente assieme a una scritta oggi molto consunta, dove tuttavia si riesce a leggere il nome del committente, D. Petrus Militia, seguito dalla scritta che lo identifica come abate e visitatore provinciale: Abbas et Visitator Prol̃is ….

Riguardo lo stemma, esso raffigura un leone rampante sormontato da tre stelle a otto punte. Nonostante si tratti di immagini comuni a molti casati è curioso però ritrovare le stesse sul gonfalone del comune di Santa Sofia d’Epiro, dove campeggiano assieme all’immagine della Santa patrona del paese[8]. Si potrebbe pertanto avanzare l’ipotesi che la municipalità abbia utilizzato immagini che doveva conoscere molto bene, ovvero quello della santa patrona, Santa Sofia, e lo stemma della famiglia dei baroni laici che esercitarono la loro carica sul casale per quasi ben duecento anni, dal 1573 sino alla prima metà del XVIII sec.

Pala d'altare. San Basilio Magno, particolare (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoStemma comunale di Santa Soia d'Epiro (CS), tratto dai registri delle delibere di giunta dell'archivio storico del comune

[1] Orsi Paolo, La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza), in Bollettino d’arte del Ministero della pubblica istruzione, ago.-set., 1921.

[2] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[3] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, a. 1648 f. 110 v.

[4] Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, ed. Frama Sud, 1984.

[5] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, indice degli atti, a. 1637, f. 163v.

[6] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[7] ASCS, sezione notai, id., a. 1670, f. 186r.

[8] Il numero delle punte nelle stelle del gonfalone attuale è di 6. Stelle a 8 punte si ritrovano ancora nel timbro adoperato dall’università cittadina nel 1742 (catasto onciario) e ancora nei timbri utilizzati dalla municipalità per tutta la prima metà del XX secolo.

Vennero li Bruculi… Catastrofi e miracoli a Bisignano nel XVI secolo

Il 1595 fu per la città di Bisignano, un anno contraddistinto da gravi calamità. Seppure sia nota la notizia di una catastrofica alluvione, come spesso accade, scarne sono le cronache dettagliate di quegli eventi, verificatisi tra l’estate e l’autunno di quell’anno. Il breve racconto, ritrovato casualmente tra le pagine di alcuni atti notarili, ci aiuta a comprendere meglio le dinamiche dell’alluvione; i danni causati dalla stessa su animali, cose e persone e ancora la reazione della gente davanti al fenomeno.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

A informarci sull’accaduto è Pietro Paolo Mazzei, notaio in quegli anni nella città di Bisignano. È lui infatti, a compilare lungo i margini di un foglio contenuto in uno dei suoi registri notarili, la brevissima cronaca degli eventi; eventi a cui lo stesso notaio pone l’ambivalente dicitura di “accidente” e “maraviglia”.[1]

Gli eventi descritti da Mazzei, venati da una nota che ha dell’apocalittico, si svolgono tra luglio e settembre del 1595. Si tratta dapprima di un’invasione di locuste (vennero li Bruculi), a cui fece seguito a distanza di mesi, la tremenda alluvione, meglio nota alle cronache, e che colpì Bisignano oltre alcuni luoghi limitrofi.

Scrive il notaio: nell’anno che/ leggo questo che/ corre il 1595. Nel/ mese di Luglio a/ 12. Sono venute/ le locuste in tanta/ quant[it]à che non si/ crede da chi non/ l’ha vidute.

Le locuste cominciarono dapprima a danneggiare gli orti coltivati dalla popolazione (l’ortalizi/ di milloni, verdura, grano d’India) con grave danno per l’economia locale, scagliandosi quindi sui querceti. All’inaspettata e inspiegabile invasione, il popolo bisignanese, non poté far altro che invocare la protezione dei suoi santi e così, a seguito delle  varie preghiere fatto / alla processione del Smo Sagramto portato nel Castelio, si decise di ricorrere all’intercessione della Vergine mediante una successiva e doppia processione di penitenza colla statua di Maria// SSma Addolata. Una delle due statue custodite al tempo in città, ovvero quella dell’Episcopio, venne trasportata processionalmente in città, nelli Domenicani, nella torre del Sig. Loise, nella torre di Arena; mentre il simulacro dell’Addolorata presso i Padri Cappuccini, fu portato in processione sino alla piana di Soverano.[2]

Fu solo così (almeno a quanto asserito dal notaio), che finalmente si riuscì ad allontanare il flagello: doppo otto giorni, placata l’ira di/ Dio, si sono con rendimenti di grazie con ogni giubilo ritirate [le statue] nelle loro rispettive chiese, dopo avere/ avuto il miracolo.

Le devastazioni prodotte sul territorio dalle locuste, avrebbero però mostrato di lì a breve, conseguenze altrettanto rovinose. Coi danni subiti dalle querce e in generale dalla macchia locale, alle prime piogge il terreno dimostrò tutta la sua incapacità a trattenere le acque: A 3 7bre un diluvio da Domca mat.a/ con continuitioni senza interrottione sino al lunedì/ matino.

L’alluvione provocò seri danni al territorio oltre che la morte di tale Cerzano Giardino assieme alle sue sei scrofe.

Venne una piena a Moccone non ancor ricordata/ pigliava da Moccone di Gio: Rotilio Polito, sino al/ Giardino di Carlo ferraro; portò pini tanto grossi/ che non si potevano misurare, innumerabili, dal/ molino delli Zitelli sino a grate.

Furono dunque talmente numerosi i pini giunti sin dalla Sila, tramite le acque del fiume Mucone, che Dui anni Bisig.o/ li Luzzi, e la Regina vi campò di legna, travi, e/ Tavola. E ancora:  Li legna al/ Campo di Moccone sino a Soverano uno sopa l·/ altro, cosa incredibile.

Il notaio prosegue quindi con la conta di altri danni, come il cedimento del giardino di Natale Bonavita che precipitò sino a raggiungere il mulino di Giovanni Battista Gallo; oltre ad informarci di come si ritrovarono nel fiume Crati, più bovi della Sila, portati a valle dalla piena. Il numero di foglie, di arbusti e olivi, portati sino al mare dal Crati, dovette essere talmente elevato al punto tale che Corse l’armata di Corigliano creden-/do esser naufragati li Turchi.

[1] ASCS, sezione notai, Pietro Paolo Mazzei, indice degli atti, f. 158.

[2]  Sia la cattedrale che la chiesa dei cappuccini (sita presso il cimitero) oggi custodiscono, ciascuna al loro interno, una statua della Vergine Addolorata.