Collegio di Sant’Adriano

L’Omousion del vescovo Bugliari

La Dissertazione teologico-storico-critica sulla parola Omousion, venne data alle stampe nel 1791. Suo autore fu il vescovo greco Mons. D. Francesco Bugliaro[1]. Nato a Santa Sofia d’Epiro nell’Ottobre del 1742 dal chierico di rito greco Giovanni e da Maria Baffa, Bugliaro (o Bugliari)  fu Vescovo di Tagaste e presidente del Collegio italo-greco Corsini; benché la sua notorietà resti maggiormente correlata alle vicende che interessarono i suoi ultimi istanti di vita. Nell’Agosto del 1806, infatti, il Vescovo veniva brutalmente assassinato nel suo paese natio, da bande sanfediste.

Ritratto di Mons. Francesco Bugliari custodito presso l’ex Collegio di Sant’Adriano.

La dissertazione, ad oggi, è l’unico scritto che si conosca del prelato e per questo considerata un’opera ‘rara’ e di interesse. In essa l’autore, dissertando sull’Omusion – ossia sulla consustanzialità del Padre con il Figlio – propone di conciliare l’apparente contraddizione venuta fuori tra il concilio di Antiochia e quello di Nicea. Fino al 1976 si conoscevano di quest’opera soltanto due copie: una custodita nella biblioteca nazionale di Napoli e l’altra nella biblioteca privata della famiglia Gencarelli di San Demetrio Corone. Di quest’ultima, purtroppo, non si conoscono le vicende successive.

La versione dell’opera, visionabile e scaricabile gratuitamente dalla sezione Libreria, è invece una copia manoscritta del testo, fatta nel secolo scorso dal dott. Francesco Bugliari. Nato nell’Agosto 1850 da Domenico e Alfonsina Marchianò, Francesco studiò medicina a Napoli sotto la guida dello zio, il rev. D. Giuseppe Bugliari [2](futuro Vescovo di Dansara e Presidente del Collegio italo-greco di S. Adriano). Durante la sua vita il dott. Bugliari si interessò alla propria storia patria, fornendo il materiale per due opere (relative alla vita dei citati vescovi) entrambe pubblicate postume dal figlio Angelo.

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[1]  Notizie relative al Vescovo si possono reperire in: Bugliari Francesco, Vita di Mons. Francesco Bugliari: vescovo titolare di Tagaste, Presidente del Collegio Italo-Greco di Sant’Adriano, 1742-1806, Tipografia M.I.T., 1976, Cosenza.

[2] Sul vescovo Giuseppe Bugliari: Bugliari Francesco, Mons. Giuseppe Bugliari, Grafiche Casentino SAS, Caltagirone, 2007 (rist. a cura di Luciano Bugliari)

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Cià!

come dire addio a 1000 anni di storia

Sopravvissuto al volgere dei tempi per più di mille anni (!) l’eremo di San Nilo nei pressi dell’Abazia di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (abbazia fondata dallo stesso monaco sulle rovine di una chiesa preesistente), sembra avere ormai i giorni contati. In questo luogo suggestivo, dove San Nilo da Rossano (Rossano 910 – Tusculum 1004) era solito ritirarsi, i monaci dopo di lui eressero una piccola cappella di cui oggi restano i muri perimetrali e la zona absidale ancora decorata con un affresco riproducente lo stesso Santo in preghiera. Di indubbia e importantissima rilevanza storica e artistica per la Calabria intera, il sito versa oggi in uno stato di semi abbandono. L’icona, deturpata già a partire dal XIX secolo dalle scritte lasciate allora dai visitatori per attestare il passaggio presso quei luoghi…, subì ulteriori sfregi agli inizi del ‘900, i quali riguardarono la parte relativa al volto del santo riprodotto nell’affresco. Nel 1995 la storia si ripete, con la distruzione operata a colpi di piccone! della parte terminale dell’affresco. Ovviamente in entrambi i casi, nonostante le segnalazioni e l’indignazione dell’opinione pubblica, non venne operato nessun tipo di restauro e, a quanto risulta, né vennero recuperati i pezzi di intonaco divelti dal dipinto, al fine di custodirli provvedendo col tempo a garantire il loro ripristino. Si giunge così al 2004, quando all’affresco (verrebbe quasi da dire “finalmente”, per quanto assurda sia la vicenda) viene dato il commiato finale, attraverso la scritta “Cia” apposta su di esso mediante bomboletta spray. Dal 2004 (sono passati ben 10 anni!) questa è la situazione.

Scatti del  9 Novembre 2014.

I Milizia e la committenza dell’altare di San Basilio nella chiesa di S. Adriano

L’altare di San Basilio Magno si colloca all’interno dell’antica chiesa Abbaziale di Sant’Adriano (a San Demetrio Corone), nella navata laterale destra, posizionato sul muro corto di fianco l’altare. Tutta questa parte dell’edificio, un tempo occupata dalle tre absidi originarie del tempio, venne distrutta in un periodo che Paolo Orsi, basando il suo ragionamento su connotazioni puramente stilistiche, comprese tra il 1600 e il 1700.[1] Chiesa di S. Adriano, interno. San Demetrio Corone (CS). Foto: Lorenzo Coscarella

Grazie al rinvenimento di nuove e importanti fonti archivistiche, si è oggi in grado di poter collocare gli interventi operati nella chiesa, in un periodo che non va oltre la metà del 1600. In una dichiarazione del 1664, si apprende infatti come nell’anno 1645 venisse eretto nella chiesa di S. Adriano uno Altare et una Icona sotto il titolo di S. Basilio.[2]

L’altare fu fatto costruire per volontà dell’allora visitatore provinciale, il reverendo Don Pietro Militia. D. Pietro, che già dal 1648 ritroviamo citato negli atti come Abate di Sant’Adriano[3], apparteneva a una nobile famiglia di Cosenza di cui un ramo spostò i propri interessi verso la Valle del Crati già a partire dalla metà del XVI secolo quando nel 1573, Giovanna Verre, moglie di Berardino Militia seniore, acquistò dall’allora principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino[4] la giurisdizione criminale del casale di Santa Sofia.

Pala d'altare. San Basilio Magno (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoNel 1597, a seguito poi delle nozze tra Berardino Militia juniore (nipote del precedente e zio ex fratre del reverendo Pietro) con la principessa Erina Sanseverino, figlia di Nicolò Berardino e di Isabella della Rovere, questo ramo della famiglia si trasferì prima a Bisignano e in seguito a Santa Sofia.

Anche nei due paesi i Militia esercitarono il proprio interesse verso luoghi di culto. A Bisignano, nella chiesa di Santa Maria di Coraca (dedicata a San Francesco di Paola), Erina Sanseverino fondò una cappella nel 1604 istituendo, assieme col marito, un censo annuo a beneficio dei frati che ne erano gli amministratori. Lo stesso Berardino Militia che viveva a Santa Sofia, deteneva, almeno  negli anni ’20 del XVII secolo, lo jus patronatus e presentandi sull’altare del Santissimo Rosario; altare un tempo eretto all’interno della chiesa oggi dedicata a Santa Sofia Martire.

Tornando all’Abate Pietro, da una nota riportata in un indice notarile (l’atto è andato disperso nei secoli), si evince come nel 1637, il reverendo avesse già eretto un’altra cappella, sempre dedicata a San Basilio, ma costruita all’interno della chiesa del Patirion a Rossano, e di cui a quanto sembra, non resta traccia.[5]

L’altare di san Basilio in Sant’Adriano, a tutt’oggi invece ben visibile, venne dotato dall’abate Pietro di una cospicua rendita, ovvero di uno pezzo di terra di tt.te vinticinq. nel terr./ di Bisignano nel loco detto la Macchia delli Monaci con/ una casa di fabrica dentro detta terra per prezzo di d.ti Cento, acquistato nel 1661; oltre a un oliveto nel territorio predetto acquistato per il prezzo di ducati 250, nel 1657 e 1658.

Tutte queste rendite, congiuntamente a un censo annuo di 5 ducati con capitale di 50, che doveva da Filippo Masci, abitante di Macchia (Macchia Albanese), vennero donate alla cappella nel 1661 e nuovamente in atto 1664[6]. L’abate lasciò inoltre in legato che venisse celebrata una messa nell’altare ogni mercoledì et proprio quella di S. Basilio, e la volontà di restare usufruttuario dei beni fino alla sua morte; di poi i beni sarebbero passati alla cappella seu monastero, e a beneficio e sotto la tutela quindi del nuovo abate. Nel 1670, a seguito della morte dell’abate Pietro (sopraggiunta tra maggio e novembre di quello stesso anno), la carica di abate nel monastero di Sant’Adriano verrà ricoperta nuovamente da un Milizia, ovvero l’Abate Antonio Militia, nipote dell’estinto suo zio l’abate Pietro.[7]

La tela dell’altare di San Basilio, che raffigura il Santo in piedi mentre viene incoronato della mitra da due angeli in volo, presenta pure nell’angolo dell’estremità sinistra in basso, lo stemma del committente assieme a una scritta oggi molto consunta, dove tuttavia si riesce a leggere il nome del committente, D. Petrus Militia, seguito dalla scritta che lo identifica come abate e visitatore provinciale: Abbas et Visitator Prol̃is ….

Riguardo lo stemma, esso raffigura un leone rampante sormontato da tre stelle a otto punte. Nonostante si tratti di immagini comuni a molti casati è curioso però ritrovare le stesse sul gonfalone del comune di Santa Sofia d’Epiro, dove campeggiano assieme all’immagine della Santa patrona del paese[8]. Si potrebbe pertanto avanzare l’ipotesi che la municipalità abbia utilizzato immagini che doveva conoscere molto bene, ovvero quello della santa patrona, Santa Sofia, e lo stemma della famiglia dei baroni laici che esercitarono la loro carica sul casale per quasi ben duecento anni, dal 1573 sino alla prima metà del XVIII sec.

Pala d'altare. San Basilio Magno, particolare (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoStemma comunale di Santa Soia d'Epiro (CS), tratto dai registri delle delibere di giunta dell'archivio storico del comune

[1] Orsi Paolo, La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza), in Bollettino d’arte del Ministero della pubblica istruzione, ago.-set., 1921.

[2] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[3] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, a. 1648 f. 110 v.

[4] Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, ed. Frama Sud, 1984.

[5] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, indice degli atti, a. 1637, f. 163v.

[6] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[7] ASCS, sezione notai, id., a. 1670, f. 186r.

[8] Il numero delle punte nelle stelle del gonfalone attuale è di 6. Stelle a 8 punte si ritrovano ancora nel timbro adoperato dall’università cittadina nel 1742 (catasto onciario) e ancora nei timbri utilizzati dalla municipalità per tutta la prima metà del XX secolo.

La Voce di serembe

Giuseppe Serembe

Giuseppe Serembe (1843 -1891)

Giuseppe Serembe è uno dei più noti poeti popolari del mondo arberesco. Il poeta sarebbe nato a San Cosmo Albanese il 1843, come si evince da una biografia curata dal nipote Cosmo. Tuttavia non esiste traccia alcuna della sua nascita negli atti dello stato civile di San Cosmo, di Vaccarizzo nè di Santa Sofia d’Epiro. In quest’ultimo paese, nacque nel 1846 un suo fratello di nome Francesco Maria Serembe, che sposò nel 1869, sempre a Santa Sofia, Armenia Baffa. Pertanto non sarebbe da escludersi del tutto l’ipotesi che il poeta possa essere nato, come il fratello, in un luogo diverso da San Cosmo.

La città che gli avrebbe conferito i natali, da qualche tempo omaggia uno dei suoi figli più illustri con la creazione di quello che viene definito “Percorso Serembiano”, ovvero un itinerario che si snoda all’interno del circuito urbano, toccando luoghi cari al poeta o punti di interesse storico e relativi alla sua figura e contrassegnati da pannelli riportanti i suoi versi.

La reputazione del poeta in campo artistico non è tuttavia cosa nuova e sin da subito la sua poesia godette di un notevole riscontro, tant’è che i suoi componimenti ebbero una vasta e rapida diffusione specialmente nei paesi arbëreshë del circondario. A Santa Sofia d’Epiro, Serembe lasciò traccia della sua fama attraverso uno dei suoi componimenti più belli dal titolo Malli, l’Amore. Il componimento in realtà è noto qui semplicemente come Vuxha Serembit, ovvero, “La Voce, il Canto di Serembe”. Il termine vuxha viene, infatti, utilizzato sia per attribuire ad un poeta un componimento (che altrimenti resterebbe anonimo, come accade nella maggior parte dei casi) sia per definire e individuare con precisione, una particolare struttura melodica.

A Santa Sofia d’Epiro, il canto è sempre bivocale, eseguito cioè da due soli esecutori. Al primo di essi è affidato il compito di condotta melodica mentre il secondo gioca un ruolo di controcanto spesso arricchito da uno stile più ornato.

La registrazione del brano viene tuttavia eseguita da una sola voce.

La stessa esecutrice del brano, Jolanda Crocco (1913 – 2000), apparteneva a una riconosciuta famiglia di poeti locali. Da parte di madre era, infatti, nipote dello zio Giovanni Crisostomo Bugliari (1876-1918), fervido intellettuale e docente nel collegio di Sant’Adriano in San Demetrio Corone; fu autore di numerosi articoli sulle riviste “La Nazione Albanese” e “La Nuova Albania”, e pubblicò “Memorie e Speranze”, “Primavera Eroica” e “Ne la Notte”. Noto al pubblico locale è ancora Angelo Maria Bugliari (nato nel 1844), meglio conosciuto con lo pseudonimo di Shkarramau. Padre di Giovanni Crisostomo e nonno materno di Jolanda, a lui sono attribuiti numerosi stornelli e componimenti poetici, tra i quali primeggia il suo inno dedicato al vino, Vera.  

 Ascolta la Voce di Serembe: http://youtu.be/z5JZpm_Zx7c