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La badia perduta di Santa Maria di Macchia in Acri

La presenza nel territorio di Acri di una Abbazia dedicata a Santa Maria è molto antica. Nel corso della sua storia millenaria, essa godette di numerosi privilegi. Relativamente a una cronaca scritta nel 1596 da Giovanni Luigi Lello a proposito della chiesa di Monreale, in Sicilia, si legge come il duca Ruggero d’Altavilla avesse elargito una serie di benefici alla chiesa di Santa Maria di Macchia in Acri; benefici che poi nel 1115 vennero nuovamente ribaditi dal figlio, il duca Guglielmo. La chiesa – di cui al’epoca era abate Stefano  possedeva già alcune terre che venivano descritte in platea, oltre a «gli huomini di Bisignano, che pareva, che il monasterio havesse», più altri uomini, posti sotto la giurisdizione dell’abbazia in diversi altri luoghi. Nuovamente, nel 1144, il re Ruggero II confermò questo privilegio del duca Guglielmo (suo nipote) e altri privilegi come quello dato da Roberto il Guiscardo che concedevano alla Badia terre e vigne. Ancora nel 1119, al monastero, nella persona dell’abate Stefano, veniva ribadita da Goffredo Magliardo, la concessione fatta già tempo prima da suo padre, della chiesa di San Nicolò del Campo (situata in quartiere Padia ad Acri). Assieme alla chiesa passava all’abate Stefano e dopo di lui, al successore Clemente, la giurisdizione su 16 villani; oltre che su 9 villani del casale di Macchia, concessi al monastero dal Duca Guglielmo, più un altro villano concesso da Magliardo. Tutti i privilegi e le concessioni godute sino ad allora dal Monastero di Santa Maria di Macchia, venivano quindi confermate all’abate Orso, al sacerdote Giovanni, «e a tutti i suoi frati, e successori». A partire dal 1182 la chiesa Santa Maria di Macchia (congiuntamente a quella di San Nicolò di Campo) venne quindi ceduta dall’allora vescovo di Bisignano Rainaldo, al Vescovo di Monreale, assumendo pertanto la denominazione di Santa Maria Montis Realis.

Finalmente, grazie a un documento Settecentesco, si è in grado di fornire ulteriori informazioni circa la storia dell’abbazia così come di stabilire il luogo in cui essa sorgesse. Nel 1736 l’Abbazia, assieme alle sue rendite, erano in possesso dell’arciprete di Monreale D. Salvatore Miroballo seu Miroballi. L’arciprete aveva precedentemente ricoperto per circa un decennio, dal 1717 al 1726, l’importante incarico di Arcivescovo di Nazareth. Tuttavia sembra che Miroballi, ancor prima del 1717, svolgesse già l’incarico arcipretale nella chiesa Monrealese. Infatti, sin dal 1711, Miroballi aveva concesso l’Abazia di Santa Maria di Macchia in enfiteusi per ben 29 anni, al reverendo D. Giacinto Ferrari di Acri, e per un annuo canone di ducati 100 “ed alle volte cento venti”. Scadendo così nel 1736 il contratto di affitto, Miroballi attraverso il suo procuratore in Acri, il reverendo parroco D. Francesco Fusaro, considerata l’ottima gestione di Ferrari, decideva così di rinnovarne lo stesso per altri 29 anni. Tuttavia, essendo intanto morto D. Giacinto Ferrari, la gestione della chiesa era passata negli ultimi anni in mano a suo fratello l’abate D. Marcello Ferrari, col quale ora veniva siglato il nuovo accordo.

Il beneplacito apostolico per disporre di poter concedere nuovamente la Badia e le sue rendite in enfiteusi, giunse da Roma, con Bolla spedita il 28 Dicembre 1734 e indirizzata direttamente al vescovo di Bisignano, Mons. Felice Sollazzo Castriota. Il Vescovo di Bisignano, la cui giurisdizione si estendeva sul territorio di Acri e quindi sul luogo in cui la Badia sorgeva, avrebbe di lì a breve verificato l’autenticità della Bolla e concesso il suo placet per la stipulazione del contratto. Lo stesso Vescovo, inoltre, allegava all’autorizzazione una scrittura da trasporre su pietra (“Inscriptio lapidis”) concernente la concessione dell’enfiteusi a Ferrari, oltre che fornire qualche dettaglio sulla storia della Badia “ad Futura rei memoria”.

Il contratto enfiteutico ricalcava in sostanza quello stipulato anni prima tra Miroballi e D. Giacinto e riguardava l’affitto della Badia sub titulo B. M. V. Montis Regalis nuncupata Macchia, comprensivo di tutti i beni ad essa spettanti e sparsi nei territori di Acri, Corigliano, Terranova e “pertinenze di Vaccarizzo”. Venne ribadita la durata del censo in ventinove anni mentre il canone annuo fu fissato a ducati 174.

Venne quindi fornita un’esatta descrizione dei confini delle terre badiali, corredata da tavole, al fine di amministrare al meglio i territori ed evitare quindi l’insorgere di contenziosi che potevano essere originati da sconfinamenti o da pretese territoriali su determinate zone. Grazie a queste tavole, che forniscono utilissime informazioni per la geografia e la toponomastica dei luoghi interessati, si è così in grado di stabilire ad esempio quali terre fossero destinate alla semina piuttosto che alla coltivazione di frutteti, o ancora quali zone fossero le zone paludose o quelle boscose, ma ancora e soprattutto, riuscire a individuare la zona in cui erano site l’allora chiesa diruta di San Giacomo o appunto quella di Santa Maria di Macchia.In merito alla posizione di quest’ultima, essa si trovava in un punto nevralgico di contrada Macchia (oggi Macchia di Baffi dal cognome della famiglia che dal XIX secolo cominciò a diventare proprietaria della quasi totalità del fondo); collocata su un terreno sopraelevato vicino alle principali strade di comunicazione e dove oggi è presente un vecchio casolare. L’atto poi prosegue con i patti per i quali Ferrari, ad esempio, si impegnava a pagare l’annuo canone in una terna nei mesi di Agosto, Dicembre e Aprile “alla raggione di docati cinquant’otto”, iniziando i pagamenti nel mese di Agosto del corrente anno (1736). Ferrari si sarebbe impegnato a tenere la terra coltivata, apportare miglioramenti alla stessa, a non vendere o alienare in alcun modo terre o porzioni di esse. Per quanto riguardava il pagamento della tassa al Seminario di Bisignano, del cattedratico, spese di manutenzione alla chiesa stessa “reparandi d. ecclesiam, Eremu, ac Aedificias, Cappela, et Altare ornandi”, esse erano considerate tutte a carico di Ferrari e non comprese nel canone di affitto. Ferrari  si sarebbe pure impegnato a celebrare nella chiesa di Santa Maria una messa ogni domenica, nei giorni festivi e messe libere nel corso della settimana. In caso di inadempienza Ferrari e i suoi successori “insino alla terza generatione”, sarebbero stati perseguitati dalla giustizia. Ferrari acconsentì ai patti obbligandosi inoltre che i suoi eredi maschi “o persona da lui designata” ogni 29 anni, rinnovassero l’accordo e questo sino appunto alla terza generazione, a seguito della quale il possesso dei beni sarebbe tornato in potere della Badia.

Circa una decina di anni dopo, nel 1743, la Badia passerà in possesso del rev. D. Domenico Maiella, di Napoli, che esigerà il solito censo di 174 ducati dal rev. dott. D. Claudio Ferrari (intanto succedutosi a D. Marcello).

Un Natale a Plataci

Attorno agli anni 20 del ‘900, un giovane Papàs originario di Santa Sofia d’Epiro, D. Giovanni Masci (al secolo Paolo Virgilio Giovanni Andrea n. 24/01/1900 – m. 08/11/1929), veniva destinato alla parrocchia di Plataci e attorno al Natale, giungeva nella piccola comunità albanofona dell’alto Jonio cosentino. A raccontare le sue impressioni e a dar voce alle sue descrizioni, resta oggi una lettera, già pubblicata in Stoudion (1) e che riportiamo integralmente:

“La mattina del 22 alle 4 ero già in carrozza diretto verso la stazione che raggiungevo alle ore 6. Biglietto, e su in vagone che dopo due ore mi lasciava a Villapiana. Lì mi attendeva un asinello tirato da una vecchia vestita dimessamente e con una figura maschia, che mi confessava di non aver mai conosciuto che significhi viaggiare a cavallo. Mi accorsi subito di inoltrarmi tra gente arretrata. In compagnia del farmacista, nipote del defunto arciprete, che proveniente da Cosenza con lo stesso treno scendeva a terra meco, intrapresi l’escursione verso Plataci. Dove si trovava il paese? Chi lo sa!… E su su per quel viottolo pieno di ciottoli, aspro, praticato alle falde della catena di montagne che s’inabissano giù nel letto del fiume Saraceno. Dopo tre ore di viaggio attraverso pini selvatici, le nuvole sulla cima delle montagne si diradarono ed ecco apparire Plataci, rustica, bigia, a poca distanza.

Pian Piano la «cavalleria rustica» ci portò sul limitare del caseggiato. Era già corsa la voce dell’arrivo del «zoti» e parecchi bambocci con gli zuffoli natalizi, nel loro rustico costume, simili agli «scugnizzi» di Napoli, mi attendevano all’ingresso. Di qua di là sporgevano il muso dalle porte e dalle finestre vecchie e vecchi contenti d’avere per il Natale un sacerdote e più contenti di udire ch’io alle loro domande rispondevo in albanese. La mulattiera mi conduceva dall’impiegato postelegrafico, dove pranzai…alla paesana. Mi recai quindi all’alloggio preparatomi dal medesimo: una stamberguccia lunga quattro metri e stretta stretta; porte e finestre sgangherate (con quell’arietta piccante!), nera, con una mezza soffitta, un letto ed una vecchia sedia, una cassetta rotta che serviva come piede del bacino per l’acqua.

Sorrisi e pensai tra me: il Natale più bello Iddio l’ha riservato a me quest’anno, un Natale di missione! Contento, presi posto. Visitai di poi la Chiesa. Che squallore! Bellissima, forse la più bella dei paesi albanesi da me conosciuti per la purezza delle linee architettoniche, ma nessuna manutenzione; a metà terminata l’intonacatura, sporchissima. Rimisi in ordine l’altare, l’armadio; cercai del sagrestano, ma mi dissero ch’era morto giorni prima. Con promessa d‘un premio potei avere l’aiuto del sagrestano della cappella di Costantinopoli (2) per tutto il tempo della mia permanenza. Feci pulire il pavimento, lanciare a egual distanza  le pietre sparse per la Chiesa e che facevano le veci delle sedie. Quanti quintali di roba! Il mattino seguente celebrai la Liturgia.

Pochi bimbi curiosi e nessun altro, perché tutti erano in campagna e già hanno perduto da tempo l’uso di recarsi in Chiesa per udire la Messa la domenica; lo fanno nelle feste principali dell’anno. Con l’uso della Messa molti hanno perduto l’uso di battezzare, e quasi tutti quello di fare il matrimonio religioso: s’accontentano del civile. Feci visita alle poche autorità e mi resi conto della topografia dell’abitato, sporco, primitivo. Poche persone si incontravano qua e là, tutte mal vestite, anzi peggio di qualsiasi altro paese anche quando indossano gli abiti festivi. Primitività di costumi, è vero, ma la gioventù robusta e bella che ho incontrato lì, non avevo mai incontrato. Subito però capii che dentro quei tuguri che altrove servono solo per gli animali, che sotto quei cenci palpitavano dei cuori espansivi, gentilissimi, educatissimi.

Il giorno appresso, un funerale. Esiste un uso molto bello. Oltre il pane che distribuiscono al vicinato, usano portare in Chiesa molti lucignoli di creta o di ottone e formano un quadrato avanti all’altare, intorno a cui si canta l’άγιος dei morti; provai l’illusione delle catacombe.

La sera di Natale, tutti eran tornati dalle campagne e svegli durante tutta la nottata in attesa della Messa, s’erano ubbriacati a causa del buon vino.

Per prevenire qualsiasi disordine, avevo preavvisato il brigadiere, gentilissimo giovine, che intervenne personalmente coi RR. Carabinieri. Alle 12 mi recai in Chiesa, era già piena. Ma che chiasso! fischietti, zampogne, nacchere. Che vuole! «omnis effectus habet causam», ed in questo caso la causa era l’amor di-vino. Principiai la Messa cantata, ma i cantori a quattro passi di distanza non riuscivano ad udire la mia voce. Protestai più volte, ma non riuscii ad ottenere che un silenzio momentaneo. Ciò però che non ottenni io, lo feci ottenere al brigadiere che, dietro mio consiglio, condusse quattro o cinque in Caserma. Compresero che non scherzavo; alcuni vennero dopo a protestare, ma mi mostrai duro. Dopo la Messa pregai il brigadiere che li rilasciasse, ma lui si oppose ed ottenni che li multasse non come disturbatori delle funzioni di culto (3 mesi di carcere e L. 3000 di multa) ma come ubbriachi. Li liberò al mattino quando celebrai una seconda Messa con egual concorso, ma in perfetto ordine.

Conferii quel giorno alcuni battesimi; anche uno a un giovane di 27 anni. Altri ne conferii gli altri giorni. Non mi riuscì però di convalidare nessun matrimonio, principalmente per la ragione che la sera stessa della festa tutti tornano in campagna. Mi trattenni fino all’Epifania e non può immaginare quante gentilezze mi usarono, specialmente quando mi recai a benedire le case, in ognuna delle quali cercai di dire qualche buona parola. S’erano tanto affezionati, specie i giovani, che venivano a trovarmi in casa e feci forse più bene lì che in Chiesa.

Dopo l’Epifania volevano fare una petizione al Vescovo per non farmi partire.

Tre o quattro giorni dopo il mio arrivo salii sopra il boschetto che circonda il paese. Mai forse in vita mia avevo visto panorama più bello. La vista del mare si estendeva da Crotone a Taranto; di fronte il Pollino oscuro, tragico, sul quale non si potevan fissare gli sguardi se non con paura. Giù Cosenza, la Sila, ecc. D’estate, quel paese deve essere un piccolo paradiso terreste.

Il giorno otto, sotto la pioggia, partii, e mi bagnai tanto che verso la fine della montagna dovetti discendere dall’asino, entrare in una capanna e lì asciugarmi al fuoco. Ripresi la via della stazione; il tempo si rischiarò e la pianura del mare era un incanto: tutta ricoperta di rosmarino fiorito.

La sera mi fermai a Firmo nelle famiglie dei miei alunni, tenni una conferenza alle donne cattoliche, mi divertii un tantino.

Conclusione: Il popolo di Plataci buonissimo, ma troppo digiuno di istruzione religiosa ed il paese troppo abbandonato….”

 

 

 

 

 

 

 

(1) Stoudion, Bolletino delle chiese di rito bizantino, Vol. I, pag. 21- 23, Roma, 1923.

(2) Cappella della Madonna dell’ Οδηγήτρια, detta volgarmente «Madonna di Costantinopoli» e veneratissima in molti paesi dell’Italia meridionale.

 

I Milizia e la committenza dell’altare di San Basilio nella chiesa di S. Adriano

L’altare di San Basilio Magno si colloca all’interno dell’antica chiesa Abbaziale di Sant’Adriano (a San Demetrio Corone), nella navata laterale destra, posizionato sul muro corto di fianco l’altare. Tutta questa parte dell’edificio, un tempo occupata dalle tre absidi originarie del tempio, venne distrutta in un periodo che Paolo Orsi, basando il suo ragionamento su connotazioni puramente stilistiche, comprese tra il 1600 e il 1700.[1] Chiesa di S. Adriano, interno. San Demetrio Corone (CS). Foto: Lorenzo Coscarella

Grazie al rinvenimento di nuove e importanti fonti archivistiche, si è oggi in grado di poter collocare gli interventi operati nella chiesa, in un periodo che non va oltre la metà del 1600. In una dichiarazione del 1664, si apprende infatti come nell’anno 1645 venisse eretto nella chiesa di S. Adriano uno Altare et una Icona sotto il titolo di S. Basilio.[2]

L’altare fu fatto costruire per volontà dell’allora visitatore provinciale, il reverendo Don Pietro Militia. D. Pietro, che già dal 1648 ritroviamo citato negli atti come Abate di Sant’Adriano[3], apparteneva a una nobile famiglia di Cosenza di cui un ramo spostò i propri interessi verso la Valle del Crati già a partire dalla metà del XVI secolo quando nel 1573, Giovanna Verre, moglie di Berardino Militia seniore, acquistò dall’allora principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino[4] la giurisdizione criminale del casale di Santa Sofia.

Pala d'altare. San Basilio Magno (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoNel 1597, a seguito poi delle nozze tra Berardino Militia juniore (nipote del precedente e zio ex fratre del reverendo Pietro) con la principessa Erina Sanseverino, figlia di Nicolò Berardino e di Isabella della Rovere, questo ramo della famiglia si trasferì prima a Bisignano e in seguito a Santa Sofia.

Anche nei due paesi i Militia esercitarono il proprio interesse verso luoghi di culto. A Bisignano, nella chiesa di Santa Maria di Coraca (dedicata a San Francesco di Paola), Erina Sanseverino fondò una cappella nel 1604 istituendo, assieme col marito, un censo annuo a beneficio dei frati che ne erano gli amministratori. Lo stesso Berardino Militia che viveva a Santa Sofia, deteneva, almeno  negli anni ’20 del XVII secolo, lo jus patronatus e presentandi sull’altare del Santissimo Rosario; altare un tempo eretto all’interno della chiesa oggi dedicata a Santa Sofia Martire.

Tornando all’Abate Pietro, da una nota riportata in un indice notarile (l’atto è andato disperso nei secoli), si evince come nel 1637, il reverendo avesse già eretto un’altra cappella, sempre dedicata a San Basilio, ma costruita all’interno della chiesa del Patirion a Rossano, e di cui a quanto sembra, non resta traccia.[5]

L’altare di san Basilio in Sant’Adriano, a tutt’oggi invece ben visibile, venne dotato dall’abate Pietro di una cospicua rendita, ovvero di uno pezzo di terra di tt.te vinticinq. nel terr./ di Bisignano nel loco detto la Macchia delli Monaci con/ una casa di fabrica dentro detta terra per prezzo di d.ti Cento, acquistato nel 1661; oltre a un oliveto nel territorio predetto acquistato per il prezzo di ducati 250, nel 1657 e 1658.

Tutte queste rendite, congiuntamente a un censo annuo di 5 ducati con capitale di 50, che doveva da Filippo Masci, abitante di Macchia (Macchia Albanese), vennero donate alla cappella nel 1661 e nuovamente in atto 1664[6]. L’abate lasciò inoltre in legato che venisse celebrata una messa nell’altare ogni mercoledì et proprio quella di S. Basilio, e la volontà di restare usufruttuario dei beni fino alla sua morte; di poi i beni sarebbero passati alla cappella seu monastero, e a beneficio e sotto la tutela quindi del nuovo abate. Nel 1670, a seguito della morte dell’abate Pietro (sopraggiunta tra maggio e novembre di quello stesso anno), la carica di abate nel monastero di Sant’Adriano verrà ricoperta nuovamente da un Milizia, ovvero l’Abate Antonio Militia, nipote dell’estinto suo zio l’abate Pietro.[7]

La tela dell’altare di San Basilio, che raffigura il Santo in piedi mentre viene incoronato della mitra da due angeli in volo, presenta pure nell’angolo dell’estremità sinistra in basso, lo stemma del committente assieme a una scritta oggi molto consunta, dove tuttavia si riesce a leggere il nome del committente, D. Petrus Militia, seguito dalla scritta che lo identifica come abate e visitatore provinciale: Abbas et Visitator Prol̃is ….

Riguardo lo stemma, esso raffigura un leone rampante sormontato da tre stelle a otto punte. Nonostante si tratti di immagini comuni a molti casati è curioso però ritrovare le stesse sul gonfalone del comune di Santa Sofia d’Epiro, dove campeggiano assieme all’immagine della Santa patrona del paese[8]. Si potrebbe pertanto avanzare l’ipotesi che la municipalità abbia utilizzato immagini che doveva conoscere molto bene, ovvero quello della santa patrona, Santa Sofia, e lo stemma della famiglia dei baroni laici che esercitarono la loro carica sul casale per quasi ben duecento anni, dal 1573 sino alla prima metà del XVIII sec.

Pala d'altare. San Basilio Magno, particolare (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoStemma comunale di Santa Soia d'Epiro (CS), tratto dai registri delle delibere di giunta dell'archivio storico del comune

[1] Orsi Paolo, La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza), in Bollettino d’arte del Ministero della pubblica istruzione, ago.-set., 1921.

[2] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[3] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, a. 1648 f. 110 v.

[4] Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, ed. Frama Sud, 1984.

[5] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, indice degli atti, a. 1637, f. 163v.

[6] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[7] ASCS, sezione notai, id., a. 1670, f. 186r.

[8] Il numero delle punte nelle stelle del gonfalone attuale è di 6. Stelle a 8 punte si ritrovano ancora nel timbro adoperato dall’università cittadina nel 1742 (catasto onciario) e ancora nei timbri utilizzati dalla municipalità per tutta la prima metà del XX secolo.