casale albanese

L’eroe dimenticato

Nel 1841 venne in questi villaggi albanesi questo Parros Spiros

È in questo modo che ha inizio uno dei due appunti ritrovato tra le pagine di un vecchio libro, appartenuto in passato al medico di Santa Sofia d’Epiro, Alessandro Becci. Del medico Becci, appassionato – tra le altre cose – di studi albanistici e in contatto con altri intellettuali del tempo (primo fra tutti Girolamo de Rada), ci si è già occupati a proposito della sua ben fornita biblioteca https://ladridipolvere.wordpress.com/2016/06/24/un-tesoro-di-carta-il-fondo-antico-della-biblioteca-civica-angelo-masci/ . Tra le varie eredità intellettuali lasciate ai posteri, vi è questo suo appunto (nulla di più che un promemoria), che scopre tuttavia, a distanza di secoli, l’episodio di un contatto avvenuto tra le due popolazioni da secoli separate dal mare Jonio. Testimonianze di tale Spiro, le si ritrovano pure in Poqueville[1] che lo cita come capitano di una compagnia di Cefalionotti a proposito della ripresa dell’Epiro da parte di Maurocordato. Un capitano dunque, della Guerra d’Indipendenza Greca, sarebbe giunto in seguito (non si sa per quale motivo) tra le colonie albanesi d’Italia, e narrò i fatti che l’autore [Poqueville] conserva in questo.

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Altre informazioni sul capitano vengono ancora offerte dall’appunto di Becci:

…venne nel 1841 in questo paese di S.ta Sofia. Era Sulliotta di Vounò presso Chimara: aveva militato sotto Ali Tebelen. Dopo la caduta di Costui, unito ai Greci, combattè con gli altri Suliotti contro i musulmani.

Ritratto di Marko Botsaris

Ritratto di Marko Botsaris

Dell’arrivo di Spiro tra gli arbëreshë tuttavia, non sembra che si sia serbato alcun ricordo. Molti dei paesi albanesi d’Italia, in epoca piuttosto recente, hanno dedicato strade e piazze al generale Marco Botzaris, capitano dei Sulioti ed eroe nell’Indipendenza greca dall’impero Ottomano. Ma anche di questo generale pochi sono quelli che tra gli arbëreshë, mostrano di conoscerne le gesta se non il suo stesso nome. Almeno per il passato, ciò era imputabile alla scarsa – se non del tutto assente – diffusione mediatica per la quale l’arrivo di Spiro nelle colonie, dovette certamente essere un episodio relegato agli individui e agli ambienti intellettuali di cui Becci faceva parte, e così, col tempo, il suo viaggio e i racconti delle sue imprese, dovettero essere ben presto dimenticati.

Un capitano militare, a guerra finita, tuttavia attraversò il mare per annunciare la liberazione e la fine dell’occupazione Ottomana e ricongiungersi, dopo secoli, a coloro che doveva reputare fratelli nel sangue.

[1] F.C.H.L. Poqueville, Storia della rigenerazione della Grecia dal 1740 al 1824, ed. Storm e Armiens, Lugano, 1838, p. 562.

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Avere degli ospiti che si fermano a pranzo o per cena, comporta (oggi come un tempo) una serie di preparativi, volti a far si che i convitati ricevano le migliori attenzioni e possano così godere appieno dell’ospitalità loro offerta. Quando si tratta però di un ospite che gode di un certo prestigio e di una certa rilevanza sociale, le cose cominciano a complicarsi. Tutto infatti, deve essere preparato in modo meticoloso e ciò comporta capacità organizzative tali, affinché ogni cosa vada per il meglio e senza intoppi; specialmente in passato, quando la scelta delle portate alludeva al prestigio di cui godeva il padrone di casa e l’esito di un ricevimento poteva minare alla stipula di accordi e legami tra le parti.

Nella seconda metà del ‘500, nel 1568, “l’eccellentissimo Marcello Piscara” e il suo procuratore, il signor Mario Piscara (entrambi appartenenti alla casata dei Pescara, duchi di Saracena, e signori, in un certo periodo, pure del casale albanese di Lungro), cassa un prestito di cui era creditore per la somma di 2000 ducati, nei confronti di una indeterminata Università cittadina[1]. Probabilmente si tratta dell’Università di Bisignano; la nota non riporta il nome di alcun luogo e viene appuntata da un notaio di Bisignano nel proprio registro. Tuttavia potrebbe trattarsi di una Università qualsiasi, come ad esempio quella di San Lorenzo, dove gli stessi Marcello e Mario, si trovano, un anno dopo, per dirimere alcuni affari (sostanzialmente concedere un altro prestito di denaro) con i Magnifici Marco Catapano, Vincenzo de Loise e Pietro Russo; tutti e tre cittadini di Bisignano[2]. Del resto, nella nota di spesa, vengono pure indicate le spese pagate a vari corrieri come quelle pagate per “far ritornar il sig. Mario” o per quello “mandato ad Altomonte e SanLorenzo”. Ciò che importa qui evidenziare è tuttavia, il trattamento riservato all’ospite durante i giorni di permanenza necessari alla stipula dei propri affari, e soprattutto i cibi consumati a pranzo e a cena.

L’elenco di “spese facte p la venuta…”, inizia con la domenica mattina e si tratta sostanzialmente, di un elenco di cibarie affiancate dal loro prezzo; per esempio: “p[er] due galline” 1 carlino. La domenica viene consumato il pasto più lauto dei tre giorni di permanenza dell’ospite; tant’è che nessuna spesa viene segnata per la sera dello stesso giorno, tale da far pensare che si fosse saltata la cena a seguito di un pranzo abbondante. Il pranzo domenicale è sostanzialmente a base di carne: due galline, “carne de porco”, “carne de bacca”, salame, contorno di cavolo, oltre che “vermicelli”, “una pezza de caso” e infine “malvizzi 37”, ovvero ben 37 tordi (immancabili allora sulla tavola di ricchi e buongustai). Ovviamente sulla tavola non può mancare il vino (10 grana). Vengono inoltre segnate pure spese per la legna (10 grana) utilizzata per cuocere le pietanze, così come pure le spezie “zafarana e pipo” (anche 10 grana), utili a suggerire come i cibi venissero preparati. Il “luni mattina” viene deciso un pranzo leggero (per così dire…) con carne di castrato, uno “casi cavallo” e del cardo; mentre la sera dello stesso giorno, oltre a una “pezza di caso”, al cardo e ai vermicelli, ritorna sulla tavola la carne con 15 tordi e 2 galline. Del resto, al tempo, il pasto principale restava quello consumato all’ora del tramonto, mentre a pranzo ci si “contentava” di qualcosa di più leggero. Il vino, a quanto pare, viene consumato solo la sera del lunedì. Il martedì, ultimo giorno, vengono serviti vermicelli assieme a 4 piccioni e a “carne de porco et stighula[3] (ovvero carne di maiale e coratella); accompagnati da vino e questa volta, anche dal pane (2 carlini e 10 grana); oltreché da spezie generiche. Per l’occasione vennero spesi in totale (le restanti voci vengono riportate alla fine della nota) ducati 79, carlini 9 e 31 grana, di cui per il solo vitto servito nei 3 giorni: 4 ducati, 6 carlini e 18 grana.

[1] Archivio di Stato di Cosenza, sezione notai, Valle Pietro, a. 1568, f.157.

[2] Id., a. 1569, f. 173.

[3] Il termine, secondo Rohlfs deriverebbe da extilia, da exta “intestini”. G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, pag. 687.