Bisignano

La badia perduta di Santa Maria di Macchia in Acri

La presenza nel territorio di Acri di una Abbazia dedicata a Santa Maria è molto antica. Nel corso della sua storia millenaria, essa godette di numerosi privilegi. Relativamente a una cronaca scritta nel 1596 da Giovanni Luigi Lello a proposito della chiesa di Monreale, in Sicilia, si legge come il duca Ruggero d’Altavilla avesse elargito una serie di benefici alla chiesa di Santa Maria di Macchia in Acri; benefici che poi nel 1115 vennero nuovamente ribaditi dal figlio, il duca Guglielmo. La chiesa – di cui al’epoca era abate Stefano  possedeva già alcune terre che venivano descritte in platea, oltre a «gli huomini di Bisignano, che pareva, che il monasterio havesse», più altri uomini, posti sotto la giurisdizione dell’abbazia in diversi altri luoghi. Nuovamente, nel 1144, il re Ruggero II confermò questo privilegio del duca Guglielmo (suo nipote) e altri privilegi come quello dato da Roberto il Guiscardo che concedevano alla Badia terre e vigne. Ancora nel 1119, al monastero, nella persona dell’abate Stefano, veniva ribadita da Goffredo Magliardo, la concessione fatta già tempo prima da suo padre, della chiesa di San Nicolò del Campo (situata in quartiere Padia ad Acri). Assieme alla chiesa passava all’abate Stefano e dopo di lui, al successore Clemente, la giurisdizione su 16 villani; oltre che su 9 villani del casale di Macchia, concessi al monastero dal Duca Guglielmo, più un altro villano concesso da Magliardo. Tutti i privilegi e le concessioni godute sino ad allora dal Monastero di Santa Maria di Macchia, venivano quindi confermate all’abate Orso, al sacerdote Giovanni, «e a tutti i suoi frati, e successori». A partire dal 1182 la chiesa Santa Maria di Macchia (congiuntamente a quella di San Nicolò di Campo) venne quindi ceduta dall’allora vescovo di Bisignano Rainaldo, al Vescovo di Monreale, assumendo pertanto la denominazione di Santa Maria Montis Realis.

Finalmente, grazie a un documento Settecentesco, si è in grado di fornire ulteriori informazioni circa la storia dell’abbazia così come di stabilire il luogo in cui essa sorgesse. Nel 1736 l’Abbazia, assieme alle sue rendite, erano in possesso dell’arciprete di Monreale D. Salvatore Miroballo seu Miroballi. L’arciprete aveva precedentemente ricoperto per circa un decennio, dal 1717 al 1726, l’importante incarico di Arcivescovo di Nazareth. Tuttavia sembra che Miroballi, ancor prima del 1717, svolgesse già l’incarico arcipretale nella chiesa Monrealese. Infatti, sin dal 1711, Miroballi aveva concesso l’Abazia di Santa Maria di Macchia in enfiteusi per ben 29 anni, al reverendo D. Giacinto Ferrari di Acri, e per un annuo canone di ducati 100 “ed alle volte cento venti”. Scadendo così nel 1736 il contratto di affitto, Miroballi attraverso il suo procuratore in Acri, il reverendo parroco D. Francesco Fusaro, considerata l’ottima gestione di Ferrari, decideva così di rinnovarne lo stesso per altri 29 anni. Tuttavia, essendo intanto morto D. Giacinto Ferrari, la gestione della chiesa era passata negli ultimi anni in mano a suo fratello l’abate D. Marcello Ferrari, col quale ora veniva siglato il nuovo accordo.

Il beneplacito apostolico per disporre di poter concedere nuovamente la Badia e le sue rendite in enfiteusi, giunse da Roma, con Bolla spedita il 28 Dicembre 1734 e indirizzata direttamente al vescovo di Bisignano, Mons. Felice Sollazzo Castriota. Il Vescovo di Bisignano, la cui giurisdizione si estendeva sul territorio di Acri e quindi sul luogo in cui la Badia sorgeva, avrebbe di lì a breve verificato l’autenticità della Bolla e concesso il suo placet per la stipulazione del contratto. Lo stesso Vescovo, inoltre, allegava all’autorizzazione una scrittura da trasporre su pietra (“Inscriptio lapidis”) concernente la concessione dell’enfiteusi a Ferrari, oltre che fornire qualche dettaglio sulla storia della Badia “ad Futura rei memoria”.

Il contratto enfiteutico ricalcava in sostanza quello stipulato anni prima tra Miroballi e D. Giacinto e riguardava l’affitto della Badia sub titulo B. M. V. Montis Regalis nuncupata Macchia, comprensivo di tutti i beni ad essa spettanti e sparsi nei territori di Acri, Corigliano, Terranova e “pertinenze di Vaccarizzo”. Venne ribadita la durata del censo in ventinove anni mentre il canone annuo fu fissato a ducati 174.

Venne quindi fornita un’esatta descrizione dei confini delle terre badiali, corredata da tavole, al fine di amministrare al meglio i territori ed evitare quindi l’insorgere di contenziosi che potevano essere originati da sconfinamenti o da pretese territoriali su determinate zone. Grazie a queste tavole, che forniscono utilissime informazioni per la geografia e la toponomastica dei luoghi interessati, si è così in grado di stabilire ad esempio quali terre fossero destinate alla semina piuttosto che alla coltivazione di frutteti, o ancora quali zone fossero le zone paludose o quelle boscose, ma ancora e soprattutto, riuscire a individuare la zona in cui erano site l’allora chiesa diruta di San Giacomo o appunto quella di Santa Maria di Macchia.In merito alla posizione di quest’ultima, essa si trovava in un punto nevralgico di contrada Macchia (oggi Macchia di Baffi dal cognome della famiglia che dal XIX secolo cominciò a diventare proprietaria della quasi totalità del fondo); collocata su un terreno sopraelevato vicino alle principali strade di comunicazione e dove oggi è presente un vecchio casolare. L’atto poi prosegue con i patti per i quali Ferrari, ad esempio, si impegnava a pagare l’annuo canone in una terna nei mesi di Agosto, Dicembre e Aprile “alla raggione di docati cinquant’otto”, iniziando i pagamenti nel mese di Agosto del corrente anno (1736). Ferrari si sarebbe impegnato a tenere la terra coltivata, apportare miglioramenti alla stessa, a non vendere o alienare in alcun modo terre o porzioni di esse. Per quanto riguardava il pagamento della tassa al Seminario di Bisignano, del cattedratico, spese di manutenzione alla chiesa stessa “reparandi d. ecclesiam, Eremu, ac Aedificias, Cappela, et Altare ornandi”, esse erano considerate tutte a carico di Ferrari e non comprese nel canone di affitto. Ferrari  si sarebbe pure impegnato a celebrare nella chiesa di Santa Maria una messa ogni domenica, nei giorni festivi e messe libere nel corso della settimana. In caso di inadempienza Ferrari e i suoi successori “insino alla terza generatione”, sarebbero stati perseguitati dalla giustizia. Ferrari acconsentì ai patti obbligandosi inoltre che i suoi eredi maschi “o persona da lui designata” ogni 29 anni, rinnovassero l’accordo e questo sino appunto alla terza generazione, a seguito della quale il possesso dei beni sarebbe tornato in potere della Badia.

Circa una decina di anni dopo, nel 1743, la Badia passerà in possesso del rev. D. Domenico Maiella, di Napoli, che esigerà il solito censo di 174 ducati dal rev. dott. D. Claudio Ferrari (intanto succedutosi a D. Marcello).

Un tesoro di carta: il fondo antico della “Biblioteca civica Angelo Masci”

La Biblioteca civica Angelo Masci fu inaugurata nel 1981, a seguito della soppressione (avvenuta alla fine degli anni ’70) dei Centri di Lettura istituiti con Circolari Ministeriali del giugno e del novembre 1951 e 1952. Oggi inserita in una sede all’avanguardia, dotata di sei postazioni pc con accesso a internet, una sala audio, una sala convegni, tre sale lettura con decine di spazi per gli studiosi, la biblioteca, con i suoi oltre 10000 volumi, rappresenta un fiore all’occhiello per la comunità di Santa Sofia d’Epiro e un polo interessantissimo e di grande rilevanza culturale per l’intera provincia di Cosenza. Benché ancora poco sfruttate, molteplici sarebbero le potenzialità che la stessa biblioteca potrebbe porre in essere, vantando, tra le altre sezioni, un corpus di volumi unico e raro, costituito dal fondo antico. Recentemente sottoposto a un lavoro di ricognizione (https://spazio3916.wordpress.com/progetti/una-biblioteca-per-la-scuola/) all’origine del fondo, la donazione, sul finire degli anni ’80, al comune di Santa Sofia d’Epiro, della biblioteca privata del dott. Angelo Bugliari (1902 – 1987). Un vero e proprio tesoro bibliografico che raccoglie testi, ormai divenuti pressoché introvabili, e relativi a studi meridionali e di albanistica. I libri recano, e non di rado, dediche fatte a Bugliari dagli stessi autori, nonché una serie di appunti che Angelo Bugliari era solito fare ai margini del testo, attestanti la vivace curiosità della sua persona.

Altra donazione negli stessi anni, venne fatta alla biblioteca dalla famiglia del prof. Vincenzo Becci e ancora, in questi ultimi anni, altri volumi sono stati donati dagli eredi di Atanasio Guido e altri appartenuti alla biblioteca dei fratelli Adolfo, Emiliano e sacerdote Giovanni Masci.

Come può accadere in tutte le biblioteche (specie per quelle più antiche), in esse possono convergere altresì testi provenienti da diverse collezioni, finiti lì, nel corso dei decenni, per le ragioni più disparate: una mancata restituzione, un’acquisizione, una donazione, etc. E così che si comincia a seguire il filone di altre biblioteche, ormai perse per sempre. Un caso è quello della biblioteca di Giovanni Fazio (di cui numerosi testi si ritrovano nel fondo della famiglia Guido di Giorgio) o della modesta biblioteca della famiglia Cardamone. Per quanto concerne il trascorso di quest’ultima, smembrata e divisa tra i molti eredi, il grosso dei libri andò irrimediabilmente perduto nella prima metà del ‘900, al seguito del crollo della soffitta sovrastante la stanza in cui era collocata la libreria. Alcuni di questi libri tuttavia, si salvarono confluendo, come è emerso, nel fondo Guido di Atanasio. Si tratta di un paio di copie appartenute al reverendo D. Domenico Cardamone (vissuto nel XVIII sec. e parroco della chiesa di Santo Stefano in Bisignano) e a un suo pronipote, Basilio Cardamone (un ragazzo ucciso ad appena 22 anni nel 1896).

Ma il corpus più cospicuo e interessante di tutta la raccolta resta tuttavia quello costituito dalla biblioteca della famiglia Guido, eredi di Giorgio. Si tratta di una biblioteca privata acquistata dal comune di Santa Sofia d’Epiro per la somma di ben 2.000.000 di Lire. Quasi tutta la biblioteca venne ereditata dalla famiglia Guido (che nel corso degli anni comunque, integrò la stessa di nuovi e interessanti volumi) da un’altra biblioteca privata, ovvero quella appartenuta al dott. Pietro Alessandro Becci, nato nel 1821 e morto agli inizi del ‘900. Appartenente a una delle più facoltose famiglie del posto, il medico si trasferì in casa Guido (assieme ai suoi testi) nel 1867, quando, rimasto vedovo di Raffaella Ferriolo, sposò la sorella di lei, Maria Giuseppa Ferriolo (già vedova di Nicola Guido). Si tratta quindi di una biblioteca formatasi a metà ‘800 ma che andava a integrarsi a testi già presenti in casa Becci e Ferriolo (come si evince dalle firme apposte sugli stessi testi da persone vissute secoli prima). Oltre un paio di seicentine, numerosissimi sono i volumi di sette e ottocento, tra cui non mancano prime edizioni e testi rari. Gran parte dei volumi appartenuti a Becci recano il proprio monogramma, costituito dalle iniziali del suo nome “BA”. Essendo Alessandro un medico e avendo lui studiato medicina a Napoli, gran parte dei testi trattano la branca medica e quasi tutte le edizioni provengono da stamperie napoletane. Alcuni di questi testi vennero utilizzati certamente da Becci durante i suoi studi (come testimoniano i suoi appunti apposti al margine sui frontespizi o alla fine dei volumi); e sono proprio questi appunti a fornire dettagli sul personaggio, sul suo lavoro e sui suoi interessi. La maggior parte di essi riguardano il campo medico e si tratta di postille che Becci aggiunge a margine del testo; mentre, altre volte, il medico appunta proprie formule o le proprie esperienze (vedi foto seguente).

Forse nella fretta di raccogliere un pensiero (proprio come accade ancora oggi ai parlanti l’arbërishtja), il medico appone, non di rado, all’interno di appunti stesi in italiano, termini albanesi (a titolo di esempio: “…la lingua allora si è accorciata /u cyrrus/”). Oltre alla curiosità intrinseca, questi pochi termini e soprattutto il modo in cui vengono trascritti, risultano importanti per capire come al tempo, si mettesse per iscritto una lingua tramandata solo oralmente e sostanzialmente priva di un alfabeto ufficiale. Benché non sia dimostrabile e non si possa parlare quindi di vera e propria passione, la curiosità verso la parlata arbëreshe, dovette comunque avere radici più profonde nel medico(1). Di sovente infatti, il medico trascrive nei propri libri parole derivanti dall’uso, cercando di trovare per esse una radice etimologica dal latino e dal greco. Nel 1860 poi, Becci darà alla sua quinta figlia il nome inconsueto (almeno per l’epoca) di Maria Garéa (alb. gioia, felicità). Ma forse l’eredità più cospicua della biblioteca del medico e relativa agli studi albanistici, è il preziosissimo testo del Nuovo Testamento, scritto in  albanese e con testo greco a fronte, edito ad Atene nel 1858. Una delle preziosissime rarità che la biblioteca può vantare assieme a molti altri importantissimi testi.

Insomma, un fondo, quello della Biblioteca civica Angelo Masci, costituito da testi rari e preziosi e che toccano argomenti tra i più disparati. La maggior parte di questi volumi, purtroppo, meriterebbe un’accurata operazione di restauro; e specialmente alcuni di essi, che l’umidità e il tempo hanno reso quasi impossibili da maneggiare, andrebbero prontamente recuperati al fine di salvaguardare questo patrimonio e tramandarlo così alle future generazioni.

(1) A tal proposito va pure ricordato come Alessandro Becci, facesse parte di quella schiera di intellettuali che contribuirono a fornire materiale a Girolamo De Rada per la realizzazione della sua opera “Rapsodie di un poema albanese…”. Ghika Elena, Gli scrittori albanesi dell’Italia Meridionale, presso A. Di Cristina, Palermo, 1867. pag. 18.

Aggiungi un posto a tavola

Avere degli ospiti che si fermano a pranzo o per cena, comporta (oggi come un tempo) una serie di preparativi, volti a far si che i convitati ricevano le migliori attenzioni e possano così godere appieno dell’ospitalità loro offerta. Quando si tratta però di un ospite che gode di un certo prestigio e di una certa rilevanza sociale, le cose cominciano a complicarsi. Tutto infatti, deve essere preparato in modo meticoloso e ciò comporta capacità organizzative tali, affinché ogni cosa vada per il meglio e senza intoppi; specialmente in passato, quando la scelta delle portate alludeva al prestigio di cui godeva il padrone di casa e l’esito di un ricevimento poteva minare alla stipula di accordi e legami tra le parti.

Nella seconda metà del ‘500, nel 1568, “l’eccellentissimo Marcello Piscara” e il suo procuratore, il signor Mario Piscara (entrambi appartenenti alla casata dei Pescara, duchi di Saracena, e signori, in un certo periodo, pure del casale albanese di Lungro), cassa un prestito di cui era creditore per la somma di 2000 ducati, nei confronti di una indeterminata Università cittadina[1]. Probabilmente si tratta dell’Università di Bisignano; la nota non riporta il nome di alcun luogo e viene appuntata da un notaio di Bisignano nel proprio registro. Tuttavia potrebbe trattarsi di una Università qualsiasi, come ad esempio quella di San Lorenzo, dove gli stessi Marcello e Mario, si trovano, un anno dopo, per dirimere alcuni affari (sostanzialmente concedere un altro prestito di denaro) con i Magnifici Marco Catapano, Vincenzo de Loise e Pietro Russo; tutti e tre cittadini di Bisignano[2]. Del resto, nella nota di spesa, vengono pure indicate le spese pagate a vari corrieri come quelle pagate per “far ritornar il sig. Mario” o per quello “mandato ad Altomonte e SanLorenzo”. Ciò che importa qui evidenziare è tuttavia, il trattamento riservato all’ospite durante i giorni di permanenza necessari alla stipula dei propri affari, e soprattutto i cibi consumati a pranzo e a cena.

L’elenco di “spese facte p la venuta…”, inizia con la domenica mattina e si tratta sostanzialmente, di un elenco di cibarie affiancate dal loro prezzo; per esempio: “p[er] due galline” 1 carlino. La domenica viene consumato il pasto più lauto dei tre giorni di permanenza dell’ospite; tant’è che nessuna spesa viene segnata per la sera dello stesso giorno, tale da far pensare che si fosse saltata la cena a seguito di un pranzo abbondante. Il pranzo domenicale è sostanzialmente a base di carne: due galline, “carne de porco”, “carne de bacca”, salame, contorno di cavolo, oltre che “vermicelli”, “una pezza de caso” e infine “malvizzi 37”, ovvero ben 37 tordi (immancabili allora sulla tavola di ricchi e buongustai). Ovviamente sulla tavola non può mancare il vino (10 grana). Vengono inoltre segnate pure spese per la legna (10 grana) utilizzata per cuocere le pietanze, così come pure le spezie “zafarana e pipo” (anche 10 grana), utili a suggerire come i cibi venissero preparati. Il “luni mattina” viene deciso un pranzo leggero (per così dire…) con carne di castrato, uno “casi cavallo” e del cardo; mentre la sera dello stesso giorno, oltre a una “pezza di caso”, al cardo e ai vermicelli, ritorna sulla tavola la carne con 15 tordi e 2 galline. Del resto, al tempo, il pasto principale restava quello consumato all’ora del tramonto, mentre a pranzo ci si “contentava” di qualcosa di più leggero. Il vino, a quanto pare, viene consumato solo la sera del lunedì. Il martedì, ultimo giorno, vengono serviti vermicelli assieme a 4 piccioni e a “carne de porco et stighula[3] (ovvero carne di maiale e coratella); accompagnati da vino e questa volta, anche dal pane (2 carlini e 10 grana); oltreché da spezie generiche. Per l’occasione vennero spesi in totale (le restanti voci vengono riportate alla fine della nota) ducati 79, carlini 9 e 31 grana, di cui per il solo vitto servito nei 3 giorni: 4 ducati, 6 carlini e 18 grana.

[1] Archivio di Stato di Cosenza, sezione notai, Valle Pietro, a. 1568, f.157.

[2] Id., a. 1569, f. 173.

[3] Il termine, secondo Rohlfs deriverebbe da extilia, da exta “intestini”. G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, pag. 687.

Le carceri del castello di Castromonte a Bisignano

Baluardo e simbolo stesso della città, il castello di Bisignano e la sua storia, furono da sempre il fulcro attorno al quale ruotarono le dinamiche e gli sviluppi che contrassegnarono la cittadina stessa nella sua evoluzione. Dal 1964, la zona denominata castello (ormai una collina di detriti) venne abbassata di più di 40 metri, purtroppo però, senza cercare di rinvenire e preservare, gli ultimi resti dell’antica fortezza. Le prime testimonianze di essa risalgono infatti ai Bruzi, i primi abitatori del luogo. Dalla rocca Brezia del IV secolo si passerà quindi alla fortificazione di età romana; e poi ancora a numerose altre ricostruzioni e potenziamenti ad opera dei vari conquistatori che via via, si succedettero al dominio sulla città: longobardi, bizantini, saraceni, svevi e angioni fino a giungere ai Sanseverino, a partire dal 1462. In realtà fu solo più tardi, con il principe Pietro Antonio Sanseverino (1515 – 1559), che la costruzione preesistente venne ristrutturata e ampliata. Di come dovesse presentarsi il Castello di ‘Cacomacio’, detto poi di ‘Castromonte’, resta solo l’ormai nota stampa del Pacichelli, che lo ritrae però, soltanto nel XVIII sec. a sovrastare tutto l’abitato.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Nella seconda metà del 500, gli atti fanno generalmente riferimento a “lo castello della Motta” o ancora al “castro mottae”. A questa data, il responsabile del fortilizio è il Magnifico  Giovani Giacomo della Cioppa (nei secoli successivi “della Gioppa” o “Lagioppa”) che ricopre appunto, l’ufficio di castellano. Originario di Tarsia, Giovanni si trasferì a Bisignano in questo periodo, forse proprio per ricoprire l’importante incarico che gli veniva affidato. A trasferirsi in città gli fecero seguito i suoi familiari: i magnifici Rev. Giovanni Vincenzo, Cesare (forse mastro d’atti in Bisignano nello stesso periodo) e Vittoria (quest’ultima promessa in sposa al magnifico dottore (in entrambe le discipline) Giovanni Giacomo Severino da Tarsia. La famiglia in seguito fu nobile in Bisignano e i suoi rappresentanti ricoprirono alte cariche all’interno dell’amministrazione cittadina.

Bisignano

Tornando al castello, sembra che almeno a questa data, la sua funzione precipua fosse quella di carcere per detenuti di vario genere. Nel 1571 il castello ospita 7 carcerati imputati di vari crimini: “Magn. Giovanni Tommaso Romano criminale[1], Benigno Liczano(?) alias Brancasa criminale, Francesco Bastone per debito, Geronimo Cerzito per debito, Francesco de Grimaldo per debito, Giovanni Pietro e Giovanni Battista de Mauro per furto. Nello stesso anno tra i guardiani spunta il nome di tale Magn. Giovanni Paolo de Benedicto, mentre a ricoprire il ruolo di comandante, sarebbe tale Magn. Luciano de Docimo e per lui il suo procuratore Magn. Pietro Russo. Pietro, in effetti, paia svolgere in questi anni (quale procuratore dello stesso Principe di Bisignano), tutte le pratiche relative all’amministrazione del castro. Tra le sue incombenze, quelle di assicurarsi del trasferimento di prigionieri trattenuti nelle carceri di Bisignano, ma destinati ad altri luoghi. È il caso, ad esempio, del camerlengo del casale albanese di Cervicati. “Captivo et carcerato”, Lazzaro de Conte (questo il suo nome) viene affidato al suo compaesano Dimitri Barci, affinché venga scortato da questi nella città di Morano alla presenza dei “signori auditori”, ad ascoltare e obbedire quanto da questi verrà loro ordinato. Un giorno di tempo per raggiungere Morano; pena, altrimenti, di once 15 e la carcerazione di Giorgitello Ribecchio (anche lui di Cervicati), trattenuto intanto nelle carceri a garanzia del trasferimento. Medesimo copione si ripete per il Magn. Filippo Eusebio, che condotto a Bisignano, viene consegnato al Magn. Giovanni Paolo de Bencivegna affinché con ogni “strettissima diligenza” possa essere portato alle carceri di Pocoluce, della città di Cassano, e quivi relegato come prigioniero e “homo de lavoro”.

Sempre nello stesso anno 1571 e sempre con lo stesso Pietro Russo, in qualità di procuratore “dell’ illustrissimo Principe di Bisignano”, fanno atto di fede, circa i termini di un’obbligazione, alcuni cittadini albanesi del casale di San Demetrio Corone. Russo, in rappresentanza del carcere della motta di Bisignano, procede a stilare i termini di un impegno con l’Università del casale di San Demetrio, rappresentata dal Camerlengo Cola Busci (Buscia) nonché dagli altri convenuti: Michele Cannadea (Canadè), Todaro Lopes, Corsetto(?) Belluccia, Prospero Calisce e Barone Pisarra. Tutti si impegnano a far fronte al loro obbligo sotto pena valutata in once e garantendo con il trattenimento nel castello di altri loro concittadini “i quali non abbiano di partire di detto castello senza espressa licenza”. I cittadini trattenuti, che compaiono nuovamente in un atto di una settimana successiva al primo, sono:   Antonio Marchiano, Conte Belluccia, Pietro Busci, Stamato Demetrio e Cola Stamato di Giorgio, Mira e Joanne Belluccia “tutti di detto casale di san demetrio”.[2]

[1] ASCS, sezione notai, Valle Pietro, a. 1571, f. 321, 327, 328, 370v., 374.

[2] Romano, accusato dell’omicidio di Tommaso Greco, verrà consegnato il 27 Marzo 1571 ai Magnifici: Anselmo delli Luzzi, Marco delli Luzzi, Pietro Romano e Benigno della Cava, i quali si obbligheranno con la Principal Curia (sotto pena di un pagamento in once d’oro) ad occuparsi del prigioniero e a far si che “si habbia de star carcerato dentro detto carcere nè di giorno né di notte, etiam con le porte chiuse come aperte…”

San Geronimo appresso la croce

Capita che certe memorie, vadano perse ritenendo vacuo il loro contenuto o magari solo per disattenzione o nella convinzione che tanto, certe cose, siano destinate a durare per sempre. Capita poi, alle volte, che per puro diletto, o per passione, ci ritroviamo a scarabocchiare i nostri pensieri e le memorie, sul primo foglio che abbiamo sott’occhi. Fu forse qualcosa del genere, che capitò al nostro scritto cinquecentesco, ritrovato tra le ultime pagine di un registro notarile.

Non si conosce l’autore; magari fu lo stesso notaio Giovan Domenico Montalto a scrivere i versi. O forse, magari, lo stesso si limitò a registrare un canto che a Bisignano, nella sua città, doveva essere intonato dai fedeli  nel corso della Settimana Santa, durante le celebrazioni sacre della Pasqua, o in onore di San Geronimo, che nell’inno appare come protagonista.

Capita che a volte certe memorie vengano ritrovate e ricordate…ancora una volta. [1]

 

San Ger.mo appresso la Croce

 

Hor i benuto il tempo i l’hora e gionta

che di non contemplar l’alma pintita

si mostra Audace: Vigorosa i p[ro]nta

 

[…] hor mai fui partita

i mi solo lasciati i[n] q[ue]ste parti

ch’il mio peccato à lacrimar mi Invita

 

Dor poi ch’il mio fallir colma la corte

aversario Infernal’ giusto signore

qual modo usero io per satisfarti

 

Battero tanto il petto finch’il Core

si venghi á putrefar fin che la voglia

di l’offender mai piu si caccia fuore

 

E tormentando mia rugosa spoglia

faro ch’ l’alma ancor p[er] gli occhi i via

un’ mar di pianto una continua doglia

 

La tua binignita clemenza i pia

non recepra da me l’opra che frale

p[er]  satisfar tant’ Influentia mia

 

Attendi signor mio nel cor il q[u]ale

penitentia i dolor continuo piange

i sol p[er]  tema teme ancor pio male

 

Piangho i contemplo il Corpo tuo ch’e sangue

i col proprio dolor l’aspri legami

del Infernal’ nemico grida i piange.

 

Contemplo signor mio ….[manca il testo]

co[n] braccia apert..[manca il testo]

[manca il testo]

 

Contemplo il capo ch’Inclinato Iace

à mi p[ro]mette cò benigno volto

Gratia: reposo: gioya: i santa pace

 

Contemplo qlle man’ ch’il Ciel à sciolto

di tante stelle di mostrar due fonti

ove amore i pietà insiemi accolto

 

Contemplo q[ue]lli piedi, fur si punti

á trapassar senza bagnarsi all’acqua

sol di misericordia insieme agiunti

 

Contemplo il santo, lato a cui dispiacque

salvarne senza dimostrar palese

q[ua]nto l’homo fallace al cuor piacque

 

Miserere sig.r di tante offese

di tanti miei pensier fallaci i bani

di tante cieche boglie i false Imprese

 

Miserere signor di tanti strani

miei disiderii o del voler smarrito

spesi sol dietro à farsi obietti i[n]vani

 

Miserere signor dal corpo umito

Miserer dal anima che grida

che sà q[ua]nto falliscie et hà fallito

 

Miserere sig.r di cui non fida

nella sua forza pio salvo chi spera

che tua misericordia la guida

 

Miserere signor della singera

fede del [manca il testo]

[manca il testo]

 

 

[1] ASCS, sezione notai, Montalto Giovanni Domenico, a. 1575, vol. II.

Stefano Vangieri “architetto e ingegnere” alla corte dei principi Sanseverino

Benché resti riconosciuta al Vangieri la sua attività di mastro muratore e architetto a servizio presso la casata dei principi Sanseverino di Bisignano, resta ancora da scrivere sulla figura di questo magister del passato, oltre che sul suo modo di operare, sulle sue commissioni e financo sui suoi natali.

Brevi spunti di riflessione all’indagine storica, ci forniscono oggi una serie di atti notarili rogati negli anni di attività del Vangieri e relativi ad alcuni incarichi assegnatigli. Nella prima metà del XVIII sec. Stefano Vangieri (nativo di Rogliano in provincia di Cosenza) realizzerà per l’undicesimo principe di Bisignano, Giuseppe Sanseverino, una serie di importanti progetti che sanciranno un solido legame tra i due, tanto che il feudatario bisignanese appellerà in alcune sue lettere il mastro muratore come “architetto e ingegnere” della propria corte.[1]

Palazzo Sanseverino Falcone. Immagine estrapolata dal sito web: http://www.thisisacri.it

Tra le opere attribuite al maestro, la più nota resta certamente il Palazzo Sanseverino (poi Sanseverino-Falcone) che ha sede in Acri (Cosenza) e che ancora oggi con la sua mole domina l’intero abitato. Il 17 maggio del 1707[2] l’incarico di occuparsi del progetto della nuova fabbrica veniva affidato dal Principe al suo procuratore in Acri, il sig. Nicolò Maria Civitate. Da quanto si legge nel documento, già prima di questa data, il maestro Stefano aveva proposto al Principe la costruzione di un Palazzo in quel di Acri e propriamente “sotto li Cappuccini”; un palazzo che costerà al Principe la somma di ben 4700 ducati. Il progetto del palazzo accettato di buon grado dal Sanseverino, sarebbe stato realizzato sotto la guida e il controllo del Civitate, nominato a sovraintendere ai lavori.

Seppure i disegni del Vangieri (un tempo allegati agli atti) siano andati dispersi, restano le direttive proposte dall’architetto e concordate infine col committente, e che risultano interessanti per comprendere lo sviluppo dei lavori, il modus operandi del costruttore e per riuscire a fare eventuali raffronti con l’opera finita.

Deve portare la fabbrica dal p. quarto del pedam. fino all’altezza di palmi sedici dalla terra, con che il muro della fabbrica di fuori deve esser largo palmi cinque e quello di dentro palmi quattro. Deve far dui Archi nella Cantina, ed uno nella rimessa larghi palmi due. Dui altri Archi deve fare nella Cucina, ed un altro nella sellaria larghi palmi dui. Deve poi portare la fabbrica dal secondo quarto di palmi quattordici di fabbrica d’altezza; ed il muro di fuori deve esser largo palmi quattro, e qllo di dentro palmi tre, et mezzo. E la fabbrica del ripartimt.o di sop.a la cucina e sellaria, cantina e rimessa, deve essere solo fino alla travatura del terzo quarto, ed il muro del ripartimt. dalla cucina alla sellaria, e della cantina alla rimessa debba essere solo fino alla travatura del p.o quarto. Deve poi portare la fabbrica del terzo quarto di palmi ventiquattro d’altezza ed il muro di fuori deve essere largo palmi tri, e qllo di dentro palmi dui e mezzo. Deve fare la cacciata alla romana di quattro registri tanto dentro, come di fuori. Deve  ponere a sue spese li travi del p.o et secondo quarto, con che si li devono dette li travi, e stangole necessarie a spese di S. E. Deve fare la romata alle finestre della p.ma facciata secondo quelle del palazzo del Sig. Pnpe di Tarsia in Terranova d’opera di mattoni di rustico. Deve fare la lamia a sue spese nella scala tanto di sotto, q.o di sop.ra  ad accettuarsi gli gradini. Come anche la lamia nella loggia a sue spese. La lamia del Portone si deve fare a sue spese finite; e a suo arbitrio. Deve fare e ponere a sue spese tanti li tufi che bisognano p la fabbrica del p. quarto con che S. E. deve fare a sue spese le ferriate che vi bisognano. Come ancora deve fare a sue spese gli tufi, che bisognano p le scale. Si devono dare a spese di S.E. le scale che bisognano come anche li pesi, legname e tavole p l’innaita, e quello legname che bisognerà p fare le forme delle lamie, con che il mro Stefano dovrà ponerci la pastura, come anche p l’archi ed arcasci. Tutti li firri che bisognano deve ponerli a sue spese il mro Stefano. Nell’obbligo non si dovrà fare menzione di torrette le quali S.E. sospende di farle fare quando li piacerà. Se li devono dare tutti li cacusi (??) p gli necessarij. Si deve pigliare tutta quella calce, pietra, ed ogni altro che il D. Nicolò M.a Civitate si trovasse d’haver comprato o caparrato p uso di d.a fabbrica. Sia lecito al md.o Mro di far fare la pietra, calce, ed ogni altro che li bisogna nelli luoghi soliti o in ogni altro luogo dove verrà più comodo al med.o con chi però non sia in parte d’Ecclesiastici, o chi fosse di pregiudizio. Se li devono dare li cacusi necessarij p l’aquedotti, come anco quello bisognerà p la colla di d.ti cacusi. Per ultimo deve far venire a sue spese il Mro Ingegniere p fare riconoscere la fabbrica che secondo finirà di fabbricare ogni quarto conche il med. mro Stefano deve obbligarsi che la fabbrica non habbia da far motivo alcuno prima di finire li quattro anni. Et ancoche si è fatta la med. Instruttione non di meno si avesse chi sommato qualche onore in pregiudizio della fabbrica secondo richieda la ragione dell’arte sia tenuto d. mro Stefano a rifare il resto a sue spese.

Di qualche anno più tardi, mentre i lavori di palazzo Sanseverino non erano ancora terminati, Vangieri verrà ingaggiato per un altro incarico da svolgere nella stessa Acri dai frati del convento di San Francesco di Paola. A rappresentare il convento saranno i rev. padri Fra Giuseppe Lupinacci di Acri (vicario del convento), Fra Gerolamo di Acri e Fra Francesco da Bisignano, i quali nell’aprile del 1710[3], commissioneranno al Vangieri la realizzazione della fabbrica rustica del dormitorio del loro convento sito a breve distanza dalla nuova fabbrica costruenda del Sanseverino. Secondo i patti, i frati avrebbero pagato il maestro muratore a “carlini venti tre la canna” e versando al momento della stipula del contratto una caparra di 30 ducati; utile alle spese immediate. Vangieri non si limiterà alla costruzione del dormitorio ma s’impegnerà formalmente, e a proprie spese, nella realizzazione di altre opere all’interno del convento francescano, ovvero a intonacare il chiostro e nella costruzione di una fontana, e tutto ciò “p sua devotione che porta verso il Glorioso S. Francesco di Paola”. Riguardo la fontana, una nota ai margini dell’atto spiega come doveva venire realizzata: “nella quale fontana i habbia da fare uno bocchi/glio di capacità di bar. cinque fatta ortangolata di tufo, pro/portionata a d.i barili cinque d’acqua…”

Dall’agosto del 1715 i lavori a palazzo Sanseverino dovettero riprendere dopo una battuta d’arresto riguardante perlomeno la realizzazione delle condotte per l’approvvigionamento di acqua, dato che sarà solo a quella data che si troverà una risoluzione al problema dell’acquedotto. Da qualche anno infatti, i frati cappuccini avevano acquistato una sorgiva in località Picitto che sgorgava nel bel mezzo di un campo di proprietà del principe Sanseverino. I frati quindi possedevano lo jus dell’acqua che nasceva però in un terreno di proprietà del principe. Lasciata priva di una conduttura, l’acqua, specialmente in estate, era solita mancare e così, non avendo il denaro sufficiente per affrontare le spese atte alla realizzazione di un acquedotto, i padri decisero di stipulare un accordo col principe. In base al contratto il principe si sarebbe sobbarcato le spese relative alla creazione della conduttura facendo convergere in essa l’acqua direttamente dalla sorgiva, e ciò al fine di aumentarne la portata e portarla sino al giardino del convento. Il principe tuttavia avrebbe realizzato la condotta a patto che l’acqua sovrabbondante alle colture del giardino dei monaci, gli fosse stata ceduta liberamente al fine di poterla convergere nella sua nuova fabbrica. Nonostante ciò avbrebbe comportato l’innalzamento di un muro a ridosso del giardino, e nonostante “Le leggi dei sacri canoni e le determinazioni pontificie, ove si tratta di fabbricare intorno ai monasteri dei religiosi, parlano chiaro”[4], alla fine i padri cappuccini ottennero da Roma (nel 1714) la concessione alle loro richieste, stipulando così, nell’agosto dell’anno successivo, il patto col Sanseverino. L’accordo venne siglato dall’agente del principe, il Magnifico Claudio Civitate di Acri, con tutti i frati congregati e riunitisi “ad sonus campanis”[5], tra i nomi dei quali emerge quello del padre guardiano, tale Fra Angelo di Acri, passato successivamente alla storia col nome di Beato Angelo d’Acri.

Nel 1720 Stefano Vangieri venne ingaggiato per un’altra importante commissione che tuttavia sarebbe stata ultimata solo qualche anno dopo dall’architetto Nicolò Ricciulli. Si tratta della chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio in San Benedetto Ullano (chiesa jus patronatus della famiglia Rodotà, e commissionata dal rev. di rito Greco D. Michelangelo Rodotà).  Da un antico manoscritto custodito in Roma presso l’archivio privato della famiglia Rodotà, pubblicato per la prima volta in: Rodotà Vincenzo, San Benedetto Ullano, (Pellegrini editore, Cosenza, 2011, pagg. 67-68), riportiamo quanto segue:

“…trattatosi con diversi architetti dal modo di farla, alla fine fu chiamato M. Stefano Vangerio di Rogliano attualmente esistente in Acri l’edificatore del Palazzo del Principe, e redificatore della Chiesa Cattedrale di Bisignano fatta dalla P.M. di Monsignor Pompilio Berlingierio. L’anno 1720, venne detto Vangerio, e fatta la pianta di detta Chiesa si trattò la conventione, onde con pubblico istrumento rogato per il Notar Apostolico D. Pietro Giov. Calimà di San Benedetto Ullano, il 15 ottobre di detto anno 1720, s’obbligò detto Vangerio fare edificare la Chiesa per docati cinquecentotrenta, oltre e cerameli, legname che si doveva dare da detto D. Michelangelo come dal instrumento…. A 7 novembre 1720, giorno di domenica, si posò la pietra prima fondamentale…Lunedì, poi seguente, si diede principio alla fabrica con sette maestri, li quali condinuando il lavoro sudetto sino a gennaio portarono fuora i fundamenti, si lasciò detta fabrica, e poi il 17 febraio 1721 si ripigliò nuovamente dal detto Vangerio, con dieci maestri e si portò dieci palmi sopra terra.”

Il documento Rodotà prosegue con l’aggiungere che essendo morto il Vangeri nel 1722, la fabbrica restò incompiuta. Al Vangieri erano stati pagati intanto 342 ducati, anche se la stima dei lavori e materiali utilizzati si fece ammontare a ducati 220. Vani furono i tentativi di cercare un accordo con l’erede del Vangieri per ottenere la restituzione del denaro o accordarsi al fine di ultimare l’opera, dato che i beni di questi vennero fatti sequestrare dal principe di Bisignano  D. Giuseppe Sanseverino (1676+ Altomonte 16.12.1726) e dal fratello D. Giovanni Francesco Sanseverino (Altomonte 01.09.1680+ 1727), per crediti anteriori.

Castello di Serra Giumenta. Immagine estrapolata dal sito web: www.serragiumenta.it/

Castello di Serra Giumenta. Immagine estrapolata dal sito web: http://www.serragiumenta.it/

Finiti i lavori al palazzo di Acri, nel 1721 Giuseppe Sanseverino si servirà nuovamente dei servigi di Stefano Vangieri incaricandolo, attraverso il suo procuratore, il sig. Michelangelo Giannone da Saponara e al presente in Bisignano, di costruire un palazzetto conforme al disegno in località Serra della giumenta, in terra di Altomonte; e proprio nel luogo dove ora vi è una torre con una lamia[6]. Nel giro di un anno si sarebbe dovuta consegnare la fabbrica rustica al committente e il palazzo ultimato entro il febbraio del 1723. Il tutto per una cifra pattuita di 1300 ducati in denari contanti. Nonostante anche in questo caso il disegno realizzato dal Vangieri sia andato perso, questi si obbligava nell’atto di fare il palazzetto in conformità al disegno, ovvero di lunghezza “palmi 91 di fora di fora” e larghezza palmi 76 di fora a fora. Il palazzo,  dovrà avere 11 membri soprani e 11 sottani compresa la loggia.

Anche questa volta, come nell’atto di palazzo Sanseverino in Acri, si scende nei dettagli per ciò che concerne l’ampiezza delle mura, ad esempio: larghe 4 palmi e della stessa altezza della “lamia vecchia” quelle esterne e larghe 3 palmi e mezzo i muri interni seu tramezzati; specificando che dalla prima muratura, sino all’intonaco, le mura esterne dovranno essere larghe 3 palmi e i muri interni larghi palmi due. Le camere superiori grandi palmi 20 e alte palmi 18. Per le finestre si scelse di utilizzare pietra di tufo per il pian terreno (al fine di sorreggere le inferriate) e per i davanzali delle finestre al piano superiore. Pietra della Piana dell’Aia venne prevista per i due portoni (uno su ciascun piano), per la scalinata, così come pure per la scaletta della cucina, la quale scaletta la dovrà fare “a caracò, seu lumaca”.

Il Vangeri oltre che alla realizzazione della costruzione vera e propria, si sarebbe dovuto pure occupare della cucina (così come del riposto), realizzando per essa tutte le “officine di fabbrica” idonee, necessarie e confacenti a un palazzo di quella portata. Anche per la scelta delle travi nulla venne lasciato al caso: dovranno essere “la prima naccatura” di farnia, la seconda di fago e la terza di pino e nella prima naccatura dovrà porsi stagola di fago così come li tjilli. Infine fu previsto un pavimento d’astraco per il piano di sotto e in mattoni per quello di sopra; intonaco per le mura interne (sia al piano terra che al primo) e arricciatura all’esterno.

La benevolenza del Principe di Bisignano nei confronti di Stefano dovette servire ad agevolare la diffusione dell’opera della famiglia Vangieri oltre le pertinenze di Rogliano. Nel 1717 trovandosi Stefano a Bisignano, stipula un atto di emancipazione nei confronti del suo figlio Antonio Vangieri.[7]. Nella stessa Bisignano, nel 1720, al maestro Stefano verrà commissionata dal Magn. Francesco Alitto, la costruzione del proprio palazzetto seu casino, nel quartiere Piazza di quella città, e proprio davanti la casa del Rev. Canonico D. Antonio Baratta. Il palazzo avrebbe dovuto avere 4 camere, 16 palmi l’una di 4 e 1 sala di palmi 20 larga e palmi 2 lunga dove comincerà la scala (di pietra di gesso). Il tutto per un valore di 600 ducati. [8]

Congiunto di Stefano fu Mastro Francesco Vangieri che completa la chiesa di S. Maria Maddalena a Morano come riportato in un atto del 1735.[9]  Ancora in comprensorio di Bisignano, nella vicina Santa Sofia, ritroviamo nel 1716 il mastro Saverio Vangieri da Rogliano, chiamato a redigere in quegli anni varie stime per la valutazione di alcune case messe in vendita nel casale. Sempre a Santa Sofia, nel 1754, approderà da Rogliano un fratello di Saverio, mastro Domenico Vangieri, figlio di Lupo Vangieri, e che opererà nel paese a un’importante opera (di cui si tratterà in altra sede) e diffondendo la propria arte nel casale tramite il lavoro dei suoi due cognati Abramo e Vincenzo Bugliaro.

[1] Abbruzzo Giuseppe, Il palazzo di Acri dei Principi Sanseverino di Bisignano, edito dalla Fondazione “V. Padula”, Acri, 2006.

[2] Archivio di Stato di Cosenza (d’ora in poi ASCS), sezione notai, Castagnaro Marsio, atto del 21 Maggio 1707.

[3] ASCS, Id., atto del 13 Aprile 1710.

[4] Da una lettera indirizzata al Padre Guardiano Fra Angelo di Acri, allegata nella documentazione del notaio Marsio Castagnaro, in atto 23 Agosto 1715.

[5] Congregati il padre guardiano Fra Angelo d’Acri, il vicario Fra Bernardo da Celico, Fra Serafino di Belmonte, Fra Paolo di Acri, Fra Marco di Belvedere, Fra Simone di Acri, Fra Mansueto di Acri, Fra Tommaso d’Acri, Fra Bonaventura di Scigliano, Fra Mansueto di Nocera, Fra Leonardo da Montalto. Dall’altra parte il Magn. Claudio Civitate agente per il principe di Bisignano.

[6] lamia sta sia per struttura rurale atta a deposito (come in questo caso) sia per volta (generalmente del tipo a botte). In base agli accordi, ci si sarebbe serviti delle strutture preesistenti (torre e lamia), inglobandole e/o utilizzando “la parte buona”.

[7] ASCS, sezione notai, Castagnaro Marsio. Atto datato 23 Settembre 1716.

[8] Id. Atto datato 7 Febbraio 1720.

[9] Savaglio A., Territorio, Feudi e feudatari in Calabria Citra, ed. Ecofutura, 2003, pag. 143.

I Milizia e la committenza dell’altare di San Basilio nella chiesa di S. Adriano

L’altare di San Basilio Magno si colloca all’interno dell’antica chiesa Abbaziale di Sant’Adriano (a San Demetrio Corone), nella navata laterale destra, posizionato sul muro corto di fianco l’altare. Tutta questa parte dell’edificio, un tempo occupata dalle tre absidi originarie del tempio, venne distrutta in un periodo che Paolo Orsi, basando il suo ragionamento su connotazioni puramente stilistiche, comprese tra il 1600 e il 1700.[1] Chiesa di S. Adriano, interno. San Demetrio Corone (CS). Foto: Lorenzo Coscarella

Grazie al rinvenimento di nuove e importanti fonti archivistiche, si è oggi in grado di poter collocare gli interventi operati nella chiesa, in un periodo che non va oltre la metà del 1600. In una dichiarazione del 1664, si apprende infatti come nell’anno 1645 venisse eretto nella chiesa di S. Adriano uno Altare et una Icona sotto il titolo di S. Basilio.[2]

L’altare fu fatto costruire per volontà dell’allora visitatore provinciale, il reverendo Don Pietro Militia. D. Pietro, che già dal 1648 ritroviamo citato negli atti come Abate di Sant’Adriano[3], apparteneva a una nobile famiglia di Cosenza di cui un ramo spostò i propri interessi verso la Valle del Crati già a partire dalla metà del XVI secolo quando nel 1573, Giovanna Verre, moglie di Berardino Militia seniore, acquistò dall’allora principe di Bisignano, Nicolò Berardino Sanseverino[4] la giurisdizione criminale del casale di Santa Sofia.

Pala d'altare. San Basilio Magno (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoNel 1597, a seguito poi delle nozze tra Berardino Militia juniore (nipote del precedente e zio ex fratre del reverendo Pietro) con la principessa Erina Sanseverino, figlia di Nicolò Berardino e di Isabella della Rovere, questo ramo della famiglia si trasferì prima a Bisignano e in seguito a Santa Sofia.

Anche nei due paesi i Militia esercitarono il proprio interesse verso luoghi di culto. A Bisignano, nella chiesa di Santa Maria di Coraca (dedicata a San Francesco di Paola), Erina Sanseverino fondò una cappella nel 1604 istituendo, assieme col marito, un censo annuo a beneficio dei frati che ne erano gli amministratori. Lo stesso Berardino Militia che viveva a Santa Sofia, deteneva, almeno  negli anni ’20 del XVII secolo, lo jus patronatus e presentandi sull’altare del Santissimo Rosario; altare un tempo eretto all’interno della chiesa oggi dedicata a Santa Sofia Martire.

Tornando all’Abate Pietro, da una nota riportata in un indice notarile (l’atto è andato disperso nei secoli), si evince come nel 1637, il reverendo avesse già eretto un’altra cappella, sempre dedicata a San Basilio, ma costruita all’interno della chiesa del Patirion a Rossano, e di cui a quanto sembra, non resta traccia.[5]

L’altare di san Basilio in Sant’Adriano, a tutt’oggi invece ben visibile, venne dotato dall’abate Pietro di una cospicua rendita, ovvero di uno pezzo di terra di tt.te vinticinq. nel terr./ di Bisignano nel loco detto la Macchia delli Monaci con/ una casa di fabrica dentro detta terra per prezzo di d.ti Cento, acquistato nel 1661; oltre a un oliveto nel territorio predetto acquistato per il prezzo di ducati 250, nel 1657 e 1658.

Tutte queste rendite, congiuntamente a un censo annuo di 5 ducati con capitale di 50, che doveva da Filippo Masci, abitante di Macchia (Macchia Albanese), vennero donate alla cappella nel 1661 e nuovamente in atto 1664[6]. L’abate lasciò inoltre in legato che venisse celebrata una messa nell’altare ogni mercoledì et proprio quella di S. Basilio, e la volontà di restare usufruttuario dei beni fino alla sua morte; di poi i beni sarebbero passati alla cappella seu monastero, e a beneficio e sotto la tutela quindi del nuovo abate. Nel 1670, a seguito della morte dell’abate Pietro (sopraggiunta tra maggio e novembre di quello stesso anno), la carica di abate nel monastero di Sant’Adriano verrà ricoperta nuovamente da un Milizia, ovvero l’Abate Antonio Militia, nipote dell’estinto suo zio l’abate Pietro.[7]

La tela dell’altare di San Basilio, che raffigura il Santo in piedi mentre viene incoronato della mitra da due angeli in volo, presenta pure nell’angolo dell’estremità sinistra in basso, lo stemma del committente assieme a una scritta oggi molto consunta, dove tuttavia si riesce a leggere il nome del committente, D. Petrus Militia, seguito dalla scritta che lo identifica come abate e visitatore provinciale: Abbas et Visitator Prol̃is ….

Riguardo lo stemma, esso raffigura un leone rampante sormontato da tre stelle a otto punte. Nonostante si tratti di immagini comuni a molti casati è curioso però ritrovare le stesse sul gonfalone del comune di Santa Sofia d’Epiro, dove campeggiano assieme all’immagine della Santa patrona del paese[8]. Si potrebbe pertanto avanzare l’ipotesi che la municipalità abbia utilizzato immagini che doveva conoscere molto bene, ovvero quello della santa patrona, Santa Sofia, e lo stemma della famiglia dei baroni laici che esercitarono la loro carica sul casale per quasi ben duecento anni, dal 1573 sino alla prima metà del XVIII sec.

Pala d'altare. San Basilio Magno, particolare (1645). Chiesa di S. Adriano. San Demetrio Corone (CS). Foto: Alessandra PaganoStemma comunale di Santa Soia d'Epiro (CS), tratto dai registri delle delibere di giunta dell'archivio storico del comune

[1] Orsi Paolo, La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone (Cosenza), in Bollettino d’arte del Ministero della pubblica istruzione, ago.-set., 1921.

[2] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[3] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, a. 1648 f. 110 v.

[4] Mario Pellicano Castagna, La storia dei feudi e dei titoli nobiliari della Calabria, ed. Frama Sud, 1984.

[5] ASCS, sezione notai, Verderamo Giovanni Domenico, indice degli atti, a. 1637, f. 163v.

[6] ASCS, sezione notai, Bagni Giovanni Battista, a. 1664,  f. 21v. -23v.

[7] ASCS, sezione notai, id., a. 1670, f. 186r.

[8] Il numero delle punte nelle stelle del gonfalone attuale è di 6. Stelle a 8 punte si ritrovano ancora nel timbro adoperato dall’università cittadina nel 1742 (catasto onciario) e ancora nei timbri utilizzati dalla municipalità per tutta la prima metà del XX secolo.