Albanesi

Karnivalli Kryaprer

Karnivalli Kryaprer doj mish e hjoromer… è l’incipit di una delle tante filastrocche che segnano l’avvicendarsi del Carnevale in molte comunità arbereshe della provincia di Cosenza. Ancora in alcuni di questi paesi la festa conserva i suoi caratteri più veri e originali mentre in altri, purtroppo, resta soltanto la memoria di riti atavici, ove il tempo non sia giunto a cancellarne la stessa. Partendo da quegli usi che già attorno agli anni 60 del ‘900 minacciavano di scomparire (come poi è successo), vanno ricordate alcune maschere e alcuni riti, all’epoca registrati nei comuni di Falconara Albanese e di Santa Sofia d’Epiro. In entrambi i paesi era attestata la presenza di kllogjeràt[1], uomini mascherati da frati che muniti di ‘turibolo’ (una vecchia pignatta) spargevano fumo maleodorante ai malcapitati di turno; fumo prodotto dalla combustione di capelli misti a pepe  – peper e lesh -.

carnivali

Santa Sofia d’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Sempre nei due paesi era comune mascherarsi da zingari adoperando allo scopo tutti gli arnesi di cui solitamente facevano uso i fabbri ambulanti. La cosiddetta “zingariata” pare si svolgesse il Lunedì precedente le Ceneri e in sostanza si riduceva a una questua tra le case dell’abitato.

Ancora a Falconara, altre maschere erano quelle dei “bovari” che muniti di campanacci percorrevano le vie dell’abitato. Mentre a Santa Sofia viene ancora ricordato l’utilizzo di campanacci collegato soprattutto a sortite notturne e accompagnate da stornelli canzonatori e pungenti, recitati nei pressi dell’abitazione del proprietario a cui erano dirette le ingiurie.

Legata ancora all’utilizzo di campanacci è una maschera tutt’oggi presente nella comunità albanese di San Demetrio Corone. Si tratta di djelzit, ovvero dei diavoli; uomini ricoperti di pellicce animali, incoronati da corna caprine e dalle facce tinte di nero carbone, che nel giorno di Martedì Grasso, si aggirano tra le vie del paese impaurendo chiunque incroci il loro cammino, facendo questue per le case e immobilizzando il traffico stradale (salvo se non viene dato loro un obolo consistente in qualche moneta).

Santa Sofia D'Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Santa Sofia D’Epiro 2011. Rogo di Carnevale.

Quasi del tutto già scomparse negli anni 60 erano zàrjat  a Santa Sofia. Si trattava di un gruppo mascherato da streghe che accompagnavano un altro personaggio ma del cui vestiario, purtroppo, non resta alcun ricordo. Nella stessa comunità si ravvisava la presenza di uomini muniti di mantello e con il volto occultato da maschere o nerofumo, che durante la settimana carnevalesca, uscivano in questua, per terrorizzare i più piccini o per perpetrare le loro burle. Una di queste maschere prevedeva –  oltre al mantello –  l’utilizzo del cranio di un asino posto sulla testa. Un’altra invece utilizzava l’organo genitale maschile suino, che annerito di fuliggine o di grasso preso dal fondo di vecchie pentole, veniva letteralmente schiaffeggiato sul viso degli sventurati che vi sarebbero incappati.

La festa carnevalesca, così come in molti paesi della Calabria e non solo, terminava con la sceneggiata dei funerali di Carnevale. Un vero e proprio grottesco corteo funebre che culminava con il rogo (purificatore) del fantoccio personificante Carnevale. Ancora a Falconara, questo rito era concluso per opera di zarùfet; maschere vestite da anziane signore con in mano fuso e conocchia, raffiguranti la Quaresima e che passando di casa in casa, con le loro urla, segnavano il termine della festività.

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d'Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk "Shëndija" di San Benedetto Ullano

Primavera degli italo-albanesi. Santa Sofia d’Epiro 2010. Ridda. Gruppo folk “Shëndija” di San Benedetto Ullano

In molti paesi albanesi erano poi diffuse le ridde, durante tutta la settimana di Carnevale, in cui uomini, camuffati da donna con gli abiti tradizionali femminili, intonavano canti in arbërishtja. Ancora oggi, in alcuni paesi – come il caso di Cervicati e Mongrassano – durante i giorni del Carnevale, gruppi di donne si radunano per i rioni e le piazze dei paesi abbigliate degli abiti tradizionali, intonando canti eroici di un tempo ormai lontano.

[1] Il termine veniva registrato solo a Falconara.

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L’eroe dimenticato

Nel 1841 venne in questi villaggi albanesi questo Parros Spiros

È in questo modo che ha inizio uno dei due appunti ritrovato tra le pagine di un vecchio libro, appartenuto in passato al medico di Santa Sofia d’Epiro, Alessandro Becci. Del medico Becci, appassionato – tra le altre cose – di studi albanistici e in contatto con altri intellettuali del tempo (primo fra tutti Girolamo de Rada), ci si è già occupati a proposito della sua ben fornita biblioteca https://ladridipolvere.wordpress.com/2016/06/24/un-tesoro-di-carta-il-fondo-antico-della-biblioteca-civica-angelo-masci/ . Tra le varie eredità intellettuali lasciate ai posteri, vi è questo suo appunto (nulla di più che un promemoria), che scopre tuttavia, a distanza di secoli, l’episodio di un contatto avvenuto tra le due popolazioni da secoli separate dal mare Jonio. Testimonianze di tale Spiro, le si ritrovano pure in Poqueville[1] che lo cita come capitano di una compagnia di Cefalionotti a proposito della ripresa dell’Epiro da parte di Maurocordato. Un capitano dunque, della Guerra d’Indipendenza Greca, sarebbe giunto in seguito (non si sa per quale motivo) tra le colonie albanesi d’Italia, e narrò i fatti che l’autore [Poqueville] conserva in questo.

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Altre informazioni sul capitano vengono ancora offerte dall’appunto di Becci:

…venne nel 1841 in questo paese di S.ta Sofia. Era Sulliotta di Vounò presso Chimara: aveva militato sotto Ali Tebelen. Dopo la caduta di Costui, unito ai Greci, combattè con gli altri Suliotti contro i musulmani.

Ritratto di Marko Botsaris

Ritratto di Marko Botsaris

Dell’arrivo di Spiro tra gli arbëreshë tuttavia, non sembra che si sia serbato alcun ricordo. Molti dei paesi albanesi d’Italia, in epoca piuttosto recente, hanno dedicato strade e piazze al generale Marco Botzaris, capitano dei Sulioti ed eroe nell’Indipendenza greca dall’impero Ottomano. Ma anche di questo generale pochi sono quelli che tra gli arbëreshë, mostrano di conoscerne le gesta se non il suo stesso nome. Almeno per il passato, ciò era imputabile alla scarsa – se non del tutto assente – diffusione mediatica per la quale l’arrivo di Spiro nelle colonie, dovette certamente essere un episodio relegato agli individui e agli ambienti intellettuali di cui Becci faceva parte, e così, col tempo, il suo viaggio e i racconti delle sue imprese, dovettero essere ben presto dimenticati.

Un capitano militare, a guerra finita, tuttavia attraversò il mare per annunciare la liberazione e la fine dell’occupazione Ottomana e ricongiungersi, dopo secoli, a coloro che doveva reputare fratelli nel sangue.

[1] F.C.H.L. Poqueville, Storia della rigenerazione della Grecia dal 1740 al 1824, ed. Storm e Armiens, Lugano, 1838, p. 562.

Un nuovo tassello per la storia degli arbëreshë di Calabria

Scrivere della chiesa italo-albanese di Calabria non è facile e ciò a cagione della sua stessa compagine di organismo articolato in varie componenti che la rendono tale e diversa da ogni altra. Le indagini svolte sul clero e sulla parrocchia di Sant’Atanasio a Santa Sofia, fanno emergere come nel tempo, i sacerdoti e i chierici che si sono alternati, hanno lasciato ognuno traccia del proprio passaggio nella comunità, contribuendo a mantenere vivo il culto e le tradizioni dei padri. Nella ricostruzione storica relativa alle vicende della Parrocchia, grande importanza assumono pure gli edifici religiosi che, com’è naturale, nel tempo hanno subito trasformazioni e rimaneggiamenti. Utilizzando una ricca documentazione d’archivio, il presente lavoro ricostruisce la storia e l’evoluzione delle chiese di Santa Sofia, in relazione alla storia e alle vicende dei preti ad essa collegate. In elenco vengono fornite notizie genealogie e biografiche di tutto il clero succedutosi nella comunità tra XVI e XX secolo.

Questo e molto altro lo troverete nel mio prossimo libro: Sacro Patrimonio: ecclesiastici e architetture religiose a Santa Sofia d’Epiro (sec. XVI – XX). Il libro sarà in vendita a partire dall’8 Novembre 2016 e il suo lancio sarà accompagnato con una mostra fotografica relativa al tema presso il bar Baffa (a Santa Sofia d’Epiro) .

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La voce del Santuario

Dopo più di quarant’anni torna ad aver ‘voce’ la “Voce del Santuario“; una testata semisconosciuta edita (nel numero proposto) nel Settembre 1973. Il numero unico veniva pubblicato per conto della parrocchia dei Santi Cosma e Damiano in concomitanza della festa patronale che si tiene ogni anno nel piccolo paesino arbëresh di San Cosmo Albanese, il 27 Settembre.

 

Un tesoro di carta: il fondo antico della “Biblioteca civica Angelo Masci”

La Biblioteca civica Angelo Masci fu inaugurata nel 1981, a seguito della soppressione (avvenuta alla fine degli anni ’70) dei Centri di Lettura istituiti con Circolari Ministeriali del giugno e del novembre 1951 e 1952. Oggi inserita in una sede all’avanguardia, dotata di sei postazioni pc con accesso a internet, una sala audio, una sala convegni, tre sale lettura con decine di spazi per gli studiosi, la biblioteca, con i suoi oltre 10000 volumi, rappresenta un fiore all’occhiello per la comunità di Santa Sofia d’Epiro e un polo interessantissimo e di grande rilevanza culturale per l’intera provincia di Cosenza. Benché ancora poco sfruttate, molteplici sarebbero le potenzialità che la stessa biblioteca potrebbe porre in essere, vantando, tra le altre sezioni, un corpus di volumi unico e raro, costituito dal fondo antico. Recentemente sottoposto a un lavoro di ricognizione (https://spazio3916.wordpress.com/progetti/una-biblioteca-per-la-scuola/) all’origine del fondo, la donazione, sul finire degli anni ’80, al comune di Santa Sofia d’Epiro, della biblioteca privata del dott. Angelo Bugliari (1902 – 1987). Un vero e proprio tesoro bibliografico che raccoglie testi, ormai divenuti pressoché introvabili, e relativi a studi meridionali e di albanistica. I libri recano, e non di rado, dediche fatte a Bugliari dagli stessi autori, nonché una serie di appunti che Angelo Bugliari era solito fare ai margini del testo, attestanti la vivace curiosità della sua persona.

Altra donazione negli stessi anni, venne fatta alla biblioteca dalla famiglia del prof. Vincenzo Becci e ancora, in questi ultimi anni, altri volumi sono stati donati dagli eredi di Atanasio Guido e altri appartenuti alla biblioteca dei fratelli Adolfo, Emiliano e sacerdote Giovanni Masci.

Come può accadere in tutte le biblioteche (specie per quelle più antiche), in esse possono convergere altresì testi provenienti da diverse collezioni, finiti lì, nel corso dei decenni, per le ragioni più disparate: una mancata restituzione, un’acquisizione, una donazione, etc. E così che si comincia a seguire il filone di altre biblioteche, ormai perse per sempre. Un caso è quello della biblioteca di Giovanni Fazio (di cui numerosi testi si ritrovano nel fondo della famiglia Guido di Giorgio) o della modesta biblioteca della famiglia Cardamone. Per quanto concerne il trascorso di quest’ultima, smembrata e divisa tra i molti eredi, il grosso dei libri andò irrimediabilmente perduto nella prima metà del ‘900, al seguito del crollo della soffitta sovrastante la stanza in cui era collocata la libreria. Alcuni di questi libri tuttavia, si salvarono confluendo, come è emerso, nel fondo Guido di Atanasio. Si tratta di un paio di copie appartenute al reverendo D. Domenico Cardamone (vissuto nel XVIII sec. e parroco della chiesa di Santo Stefano in Bisignano) e a un suo pronipote, Basilio Cardamone (un ragazzo ucciso ad appena 22 anni nel 1896).

Ma il corpus più cospicuo e interessante di tutta la raccolta resta tuttavia quello costituito dalla biblioteca della famiglia Guido, eredi di Giorgio. Si tratta di una biblioteca privata acquistata dal comune di Santa Sofia d’Epiro per la somma di ben 2.000.000 di Lire. Quasi tutta la biblioteca venne ereditata dalla famiglia Guido (che nel corso degli anni comunque, integrò la stessa di nuovi e interessanti volumi) da un’altra biblioteca privata, ovvero quella appartenuta al dott. Pietro Alessandro Becci, nato nel 1821 e morto agli inizi del ‘900. Appartenente a una delle più facoltose famiglie del posto, il medico si trasferì in casa Guido (assieme ai suoi testi) nel 1867, quando, rimasto vedovo di Raffaella Ferriolo, sposò la sorella di lei, Maria Giuseppa Ferriolo (già vedova di Nicola Guido). Si tratta quindi di una biblioteca formatasi a metà ‘800 ma che andava a integrarsi a testi già presenti in casa Becci e Ferriolo (come si evince dalle firme apposte sugli stessi testi da persone vissute secoli prima). Oltre un paio di seicentine, numerosissimi sono i volumi di sette e ottocento, tra cui non mancano prime edizioni e testi rari. Gran parte dei volumi appartenuti a Becci recano il proprio monogramma, costituito dalle iniziali del suo nome “BA”. Essendo Alessandro un medico e avendo lui studiato medicina a Napoli, gran parte dei testi trattano la branca medica e quasi tutte le edizioni provengono da stamperie napoletane. Alcuni di questi testi vennero utilizzati certamente da Becci durante i suoi studi (come testimoniano i suoi appunti apposti al margine sui frontespizi o alla fine dei volumi); e sono proprio questi appunti a fornire dettagli sul personaggio, sul suo lavoro e sui suoi interessi. La maggior parte di essi riguardano il campo medico e si tratta di postille che Becci aggiunge a margine del testo; mentre, altre volte, il medico appunta proprie formule o le proprie esperienze (vedi foto seguente).

Forse nella fretta di raccogliere un pensiero (proprio come accade ancora oggi ai parlanti l’arbërishtja), il medico appone, non di rado, all’interno di appunti stesi in italiano, termini albanesi (a titolo di esempio: “…la lingua allora si è accorciata /u cyrrus/”). Oltre alla curiosità intrinseca, questi pochi termini e soprattutto il modo in cui vengono trascritti, risultano importanti per capire come al tempo, si mettesse per iscritto una lingua tramandata solo oralmente e sostanzialmente priva di un alfabeto ufficiale. Benché non sia dimostrabile e non si possa parlare quindi di vera e propria passione, la curiosità verso la parlata arbëreshe, dovette comunque avere radici più profonde nel medico(1). Di sovente infatti, il medico trascrive nei propri libri parole derivanti dall’uso, cercando di trovare per esse una radice etimologica dal latino e dal greco. Nel 1860 poi, Becci darà alla sua quinta figlia il nome inconsueto (almeno per l’epoca) di Maria Garéa (alb. gioia, felicità). Ma forse l’eredità più cospicua della biblioteca del medico e relativa agli studi albanistici, è il preziosissimo testo del Nuovo Testamento, scritto in  albanese e con testo greco a fronte, edito ad Atene nel 1858. Una delle preziosissime rarità che la biblioteca può vantare assieme a molti altri importantissimi testi.

Insomma, un fondo, quello della Biblioteca civica Angelo Masci, costituito da testi rari e preziosi e che toccano argomenti tra i più disparati. La maggior parte di questi volumi, purtroppo, meriterebbe un’accurata operazione di restauro; e specialmente alcuni di essi, che l’umidità e il tempo hanno reso quasi impossibili da maneggiare, andrebbero prontamente recuperati al fine di salvaguardare questo patrimonio e tramandarlo così alle future generazioni.

(1) A tal proposito va pure ricordato come Alessandro Becci, facesse parte di quella schiera di intellettuali che contribuirono a fornire materiale a Girolamo De Rada per la realizzazione della sua opera “Rapsodie di un poema albanese…”. Ghika Elena, Gli scrittori albanesi dell’Italia Meridionale, presso A. Di Cristina, Palermo, 1867. pag. 18.

Aggiungi un posto a tavola

Avere degli ospiti che si fermano a pranzo o per cena, comporta (oggi come un tempo) una serie di preparativi, volti a far si che i convitati ricevano le migliori attenzioni e possano così godere appieno dell’ospitalità loro offerta. Quando si tratta però di un ospite che gode di un certo prestigio e di una certa rilevanza sociale, le cose cominciano a complicarsi. Tutto infatti, deve essere preparato in modo meticoloso e ciò comporta capacità organizzative tali, affinché ogni cosa vada per il meglio e senza intoppi; specialmente in passato, quando la scelta delle portate alludeva al prestigio di cui godeva il padrone di casa e l’esito di un ricevimento poteva minare alla stipula di accordi e legami tra le parti.

Nella seconda metà del ‘500, nel 1568, “l’eccellentissimo Marcello Piscara” e il suo procuratore, il signor Mario Piscara (entrambi appartenenti alla casata dei Pescara, duchi di Saracena, e signori, in un certo periodo, pure del casale albanese di Lungro), cassa un prestito di cui era creditore per la somma di 2000 ducati, nei confronti di una indeterminata Università cittadina[1]. Probabilmente si tratta dell’Università di Bisignano; la nota non riporta il nome di alcun luogo e viene appuntata da un notaio di Bisignano nel proprio registro. Tuttavia potrebbe trattarsi di una Università qualsiasi, come ad esempio quella di San Lorenzo, dove gli stessi Marcello e Mario, si trovano, un anno dopo, per dirimere alcuni affari (sostanzialmente concedere un altro prestito di denaro) con i Magnifici Marco Catapano, Vincenzo de Loise e Pietro Russo; tutti e tre cittadini di Bisignano[2]. Del resto, nella nota di spesa, vengono pure indicate le spese pagate a vari corrieri come quelle pagate per “far ritornar il sig. Mario” o per quello “mandato ad Altomonte e SanLorenzo”. Ciò che importa qui evidenziare è tuttavia, il trattamento riservato all’ospite durante i giorni di permanenza necessari alla stipula dei propri affari, e soprattutto i cibi consumati a pranzo e a cena.

L’elenco di “spese facte p la venuta…”, inizia con la domenica mattina e si tratta sostanzialmente, di un elenco di cibarie affiancate dal loro prezzo; per esempio: “p[er] due galline” 1 carlino. La domenica viene consumato il pasto più lauto dei tre giorni di permanenza dell’ospite; tant’è che nessuna spesa viene segnata per la sera dello stesso giorno, tale da far pensare che si fosse saltata la cena a seguito di un pranzo abbondante. Il pranzo domenicale è sostanzialmente a base di carne: due galline, “carne de porco”, “carne de bacca”, salame, contorno di cavolo, oltre che “vermicelli”, “una pezza de caso” e infine “malvizzi 37”, ovvero ben 37 tordi (immancabili allora sulla tavola di ricchi e buongustai). Ovviamente sulla tavola non può mancare il vino (10 grana). Vengono inoltre segnate pure spese per la legna (10 grana) utilizzata per cuocere le pietanze, così come pure le spezie “zafarana e pipo” (anche 10 grana), utili a suggerire come i cibi venissero preparati. Il “luni mattina” viene deciso un pranzo leggero (per così dire…) con carne di castrato, uno “casi cavallo” e del cardo; mentre la sera dello stesso giorno, oltre a una “pezza di caso”, al cardo e ai vermicelli, ritorna sulla tavola la carne con 15 tordi e 2 galline. Del resto, al tempo, il pasto principale restava quello consumato all’ora del tramonto, mentre a pranzo ci si “contentava” di qualcosa di più leggero. Il vino, a quanto pare, viene consumato solo la sera del lunedì. Il martedì, ultimo giorno, vengono serviti vermicelli assieme a 4 piccioni e a “carne de porco et stighula[3] (ovvero carne di maiale e coratella); accompagnati da vino e questa volta, anche dal pane (2 carlini e 10 grana); oltreché da spezie generiche. Per l’occasione vennero spesi in totale (le restanti voci vengono riportate alla fine della nota) ducati 79, carlini 9 e 31 grana, di cui per il solo vitto servito nei 3 giorni: 4 ducati, 6 carlini e 18 grana.

[1] Archivio di Stato di Cosenza, sezione notai, Valle Pietro, a. 1568, f.157.

[2] Id., a. 1569, f. 173.

[3] Il termine, secondo Rohlfs deriverebbe da extilia, da exta “intestini”. G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, pag. 687.

Le carceri del castello di Castromonte a Bisignano

Baluardo e simbolo stesso della città, il castello di Bisignano e la sua storia, furono da sempre il fulcro attorno al quale ruotarono le dinamiche e gli sviluppi che contrassegnarono la cittadina stessa nella sua evoluzione. Dal 1964, la zona denominata castello (ormai una collina di detriti) venne abbassata di più di 40 metri, purtroppo però, senza cercare di rinvenire e preservare, gli ultimi resti dell’antica fortezza. Le prime testimonianze di essa risalgono infatti ai Bruzi, i primi abitatori del luogo. Dalla rocca Brezia del IV secolo si passerà quindi alla fortificazione di età romana; e poi ancora a numerose altre ricostruzioni e potenziamenti ad opera dei vari conquistatori che via via, si succedettero al dominio sulla città: longobardi, bizantini, saraceni, svevi e angioni fino a giungere ai Sanseverino, a partire dal 1462. In realtà fu solo più tardi, con il principe Pietro Antonio Sanseverino (1515 – 1559), che la costruzione preesistente venne ristrutturata e ampliata. Di come dovesse presentarsi il Castello di ‘Cacomacio’, detto poi di ‘Castromonte’, resta solo l’ormai nota stampa del Pacichelli, che lo ritrae però, soltanto nel XVIII sec. a sovrastare tutto l’abitato.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Nella seconda metà del 500, gli atti fanno generalmente riferimento a “lo castello della Motta” o ancora al “castro mottae”. A questa data, il responsabile del fortilizio è il Magnifico  Giovani Giacomo della Cioppa (nei secoli successivi “della Gioppa” o “Lagioppa”) che ricopre appunto, l’ufficio di castellano. Originario di Tarsia, Giovanni si trasferì a Bisignano in questo periodo, forse proprio per ricoprire l’importante incarico che gli veniva affidato. A trasferirsi in città gli fecero seguito i suoi familiari: i magnifici Rev. Giovanni Vincenzo, Cesare (forse mastro d’atti in Bisignano nello stesso periodo) e Vittoria (quest’ultima promessa in sposa al magnifico dottore (in entrambe le discipline) Giovanni Giacomo Severino da Tarsia. La famiglia in seguito fu nobile in Bisignano e i suoi rappresentanti ricoprirono alte cariche all’interno dell’amministrazione cittadina.

Bisignano

Tornando al castello, sembra che almeno a questa data, la sua funzione precipua fosse quella di carcere per detenuti di vario genere. Nel 1571 il castello ospita 7 carcerati imputati di vari crimini: “Magn. Giovanni Tommaso Romano criminale[1], Benigno Liczano(?) alias Brancasa criminale, Francesco Bastone per debito, Geronimo Cerzito per debito, Francesco de Grimaldo per debito, Giovanni Pietro e Giovanni Battista de Mauro per furto. Nello stesso anno tra i guardiani spunta il nome di tale Magn. Giovanni Paolo de Benedicto, mentre a ricoprire il ruolo di comandante, sarebbe tale Magn. Luciano de Docimo e per lui il suo procuratore Magn. Pietro Russo. Pietro, in effetti, paia svolgere in questi anni (quale procuratore dello stesso Principe di Bisignano), tutte le pratiche relative all’amministrazione del castro. Tra le sue incombenze, quelle di assicurarsi del trasferimento di prigionieri trattenuti nelle carceri di Bisignano, ma destinati ad altri luoghi. È il caso, ad esempio, del camerlengo del casale albanese di Cervicati. “Captivo et carcerato”, Lazzaro de Conte (questo il suo nome) viene affidato al suo compaesano Dimitri Barci, affinché venga scortato da questi nella città di Morano alla presenza dei “signori auditori”, ad ascoltare e obbedire quanto da questi verrà loro ordinato. Un giorno di tempo per raggiungere Morano; pena, altrimenti, di once 15 e la carcerazione di Giorgitello Ribecchio (anche lui di Cervicati), trattenuto intanto nelle carceri a garanzia del trasferimento. Medesimo copione si ripete per il Magn. Filippo Eusebio, che condotto a Bisignano, viene consegnato al Magn. Giovanni Paolo de Bencivegna affinché con ogni “strettissima diligenza” possa essere portato alle carceri di Pocoluce, della città di Cassano, e quivi relegato come prigioniero e “homo de lavoro”.

Sempre nello stesso anno 1571 e sempre con lo stesso Pietro Russo, in qualità di procuratore “dell’ illustrissimo Principe di Bisignano”, fanno atto di fede, circa i termini di un’obbligazione, alcuni cittadini albanesi del casale di San Demetrio Corone. Russo, in rappresentanza del carcere della motta di Bisignano, procede a stilare i termini di un impegno con l’Università del casale di San Demetrio, rappresentata dal Camerlengo Cola Busci (Buscia) nonché dagli altri convenuti: Michele Cannadea (Canadè), Todaro Lopes, Corsetto(?) Belluccia, Prospero Calisce e Barone Pisarra. Tutti si impegnano a far fronte al loro obbligo sotto pena valutata in once e garantendo con il trattenimento nel castello di altri loro concittadini “i quali non abbiano di partire di detto castello senza espressa licenza”. I cittadini trattenuti, che compaiono nuovamente in un atto di una settimana successiva al primo, sono:   Antonio Marchiano, Conte Belluccia, Pietro Busci, Stamato Demetrio e Cola Stamato di Giorgio, Mira e Joanne Belluccia “tutti di detto casale di san demetrio”.[2]

[1] ASCS, sezione notai, Valle Pietro, a. 1571, f. 321, 327, 328, 370v., 374.

[2] Romano, accusato dell’omicidio di Tommaso Greco, verrà consegnato il 27 Marzo 1571 ai Magnifici: Anselmo delli Luzzi, Marco delli Luzzi, Pietro Romano e Benigno della Cava, i quali si obbligheranno con la Principal Curia (sotto pena di un pagamento in once d’oro) ad occuparsi del prigioniero e a far si che “si habbia de star carcerato dentro detto carcere nè di giorno né di notte, etiam con le porte chiuse come aperte…”