“Meditate che questo è stato”. Una storia di internati al Ferramonti di Tarsia

Il Campo di internamento di Ferramonti, nel comune di Tarsia, venne istituito nel 1940. Al momento della sua liberazione, nel 1943, nel campo erano presenti più di 2000 internati. Una volta liberi, molti di loro fuggirono lontano mentre altri, terrorizzati dall’idea di poter essere di nuovo imprigionati, si nascosero nelle campagne circostanti  o cercando un primo rifugio nei paesi vicini, come Tarsia o Santa Sofia d’Epiro. Alcuni di loro, a guerra finita, dovettero rimanere a Tarsia dove finirono i loro giorni (come resta testimoniato dalle numerose tombe ebraiche nel cimitero di quella cittadina); altri invece trovarono ospitalità nella vicina Santa Sofia, più distante dal campo e per questo ritenuta più sicura. Gli internati vennero accolti dalla popolazione con soluzioni di fortuna. La povertà dilagante del paese non permetteva altro, e così i poveri finirono per spartirsi quel poco che possedevano coi nuovi poveri, mettendo loro a disposizione una stalla dove dormire o dividendo con loro parte del proprio cibo.

Molti ebrei vivevano assieme ai propri familiari e molti altri preferivano dividere i loro alloggi con i vecchi compagni di prigione. Alcuni di loro erano professionisti, come il dottor Smith, o un altro medico, di cui non si ricorda più il nome, e che grazie al suo lavoro era riuscito ad affittare una stanza nell’abitato e ricevere qui i suoi clienti per un po’ di tempo.

Nella memoria di ogni anziano resta ancora, seppur sbiadito, il ricordo di loro: “Erano così poveri…”; “Uno di loro si era innamorato di me e mi aveva chiesta a mio padre, ma erano stranieri e mio padre lo mandò via”; “Ci raccontavano che se si avvicinavano ai cancelli del campo, la guardia li picchiava con un frustino”; “Una famiglia viveva in un basso vicino a casa nostra, e cucinavano sullo slargo antistante: non dimenticherò mai l’odore acre che proveniva dai loro cibi”.

Una di queste storie resta raccontata in un disegno. Ha come protagonisti una decina di internati e la vicenda si svolse nel 1943.

Si tratta di un grande foglio dipinto ad acquerello da uno degli internati del Ferramonti. Sulla sinistra del foglio, un viandante trascina un mulo verso una casa che fa breccia tra le colline. Questa stessa prospettiva è ben riconoscibile ancora oggi: si tratta della casa di campagna della famiglia Cardamone, in contrada Gaudio, a Santa Sofia d’Epiro, dove gli internati in fuga dal Ferramonti trovarono ospitalità e ristoro. Fu infatti per la “liberale ospitalità” (come si legge), offerta agli internati da Giovanni Cardamone e dalla sua famiglia, che i firmatari dell’acquerello, vollero, con lo stesso, lasciare un segno tangibile della loro eterna riconoscenza.

Il foglio riporta la data del Settembre 1943; ovvero quando il campo di Ferramonti venne liberato dagli inglesi. Dai racconti orali di Sara Cardamone – una delle figlie di Giovanni – il dott. Fischer e sua moglie Mella dovettero prolungare la loro permanenza nella fattoria di Gaudio almeno per altri sei mesi o forse un anno: “Erano preoccupati che mio padre, dopo tanti mesi trascorsi a vivere e a mangiare da noi, gli avesse chiesto un conto salatissimo. Noi però, non sapevamo nulla di tutto questo, fino a quando, un giorno, arrivò a Gaudio qualcuno a cui i Fischer confessarono tutto. Mio padre sorrise rincuorandoli di non preoccuparsi. Domandò come avessero soltanto potuto immaginare che gli avrebbe chiesto del denaro… nella loro condizione”.

Ringrazio Giovanna Cardamone, nipote di Giovanni, per l’uso dell’acquerello.

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Memorie difensive di Angelo Masci

Angelo Masci nacque a Santa Sofia il 7 dicembre del 1758. Legale, ricoprì diversi e prestigiosi incarichi nel corso della sua vita: fu il primo procuratore del Tribunale di Catanzaro, procuratore generale presso la Corte d’Appello di Napoli, e consigliere di Stato nel 1820. Fu autore di vari scritti di cui alcuni ancora poco noti. La sua opera più famosa resta il suo “Discorso sull’origine, i costumi e lo stato attuale degli albanesi nel Regno di Napoli” riedito postumo in una monografia con questo titolo in Napoli, nel 1847, dal nipote Francesco Masci;  benchè lo scritto vide per la prima volta la luce nel 1807, venendo pubblicato dal suo stesso autore nel Giornale enciclopedico di Napoli, di quell’anno, in due puntate nei numeri 6 e 7 di giugno e luglio.

Se meglio nota resta la sua attività di letterato (grazie alla fama raggiunta da alcune sue opere; il citato Discorso o “Esame politico-legale de’ diritti, e delle prerogative de’ baroni(1792), poco è stato indagato e ancor meno scritto, sul personaggio in relazione alla sua attività di avvocato. Fortunatamente, alcune sue memorie difensive vennero raccolte e stampate già nel 1796 in Memorie defensionali. Tra di queste, oltre la celebre “Risposta al Duca di Corigliano” relativa alla prelazione pretesa dal duca sui beni della Badia del Patire in Rossano, interessante per lo studio della comunità di Spezzano Albanese, è la difesa “Per l’Università e cittadini di Spezzano contro l’Arcivescovo di Cosenza“. La riproduzione fotografica di questo scritto è disponibile nella sezione Libreria del blog. Buona lettura.