Aggiungi un posto a tavola

Avere degli ospiti che si fermano a pranzo o per cena, comporta (oggi come un tempo) una serie di preparativi, volti a far si che i convitati ricevano le migliori attenzioni e possano così godere appieno dell’ospitalità loro offerta. Quando si tratta però di un ospite che gode di un certo prestigio e di una certa rilevanza sociale, le cose cominciano a complicarsi. Tutto infatti, deve essere preparato in modo meticoloso e ciò comporta capacità organizzative tali, affinché ogni cosa vada per il meglio e senza intoppi; specialmente in passato, quando la scelta delle portate alludeva al prestigio di cui godeva il padrone di casa e l’esito di un ricevimento poteva minare alla stipula di accordi e legami tra le parti.

Nella seconda metà del ‘500, nel 1568, “l’eccellentissimo Marcello Piscara” e il suo procuratore, il signor Mario Piscara (entrambi appartenenti alla casata dei Pescara, duchi di Saracena, e signori, in un certo periodo, pure del casale albanese di Lungro), cassa un prestito di cui era creditore per la somma di 2000 ducati, nei confronti di una indeterminata Università cittadina[1]. Probabilmente si tratta dell’Università di Bisignano; la nota non riporta il nome di alcun luogo e viene appuntata da un notaio di Bisignano nel proprio registro. Tuttavia potrebbe trattarsi di una Università qualsiasi, come ad esempio quella di San Lorenzo, dove gli stessi Marcello e Mario, si trovano, un anno dopo, per dirimere alcuni affari (sostanzialmente concedere un altro prestito di denaro) con i Magnifici Marco Catapano, Vincenzo de Loise e Pietro Russo; tutti e tre cittadini di Bisignano[2]. Del resto, nella nota di spesa, vengono pure indicate le spese pagate a vari corrieri come quelle pagate per “far ritornar il sig. Mario” o per quello “mandato ad Altomonte e SanLorenzo”. Ciò che importa qui evidenziare è tuttavia, il trattamento riservato all’ospite durante i giorni di permanenza necessari alla stipula dei propri affari, e soprattutto i cibi consumati a pranzo e a cena.

L’elenco di “spese facte p la venuta…”, inizia con la domenica mattina e si tratta sostanzialmente, di un elenco di cibarie affiancate dal loro prezzo; per esempio: “p[er] due galline” 1 carlino. La domenica viene consumato il pasto più lauto dei tre giorni di permanenza dell’ospite; tant’è che nessuna spesa viene segnata per la sera dello stesso giorno, tale da far pensare che si fosse saltata la cena a seguito di un pranzo abbondante. Il pranzo domenicale è sostanzialmente a base di carne: due galline, “carne de porco”, “carne de bacca”, salame, contorno di cavolo, oltre che “vermicelli”, “una pezza de caso” e infine “malvizzi 37”, ovvero ben 37 tordi (immancabili allora sulla tavola di ricchi e buongustai). Ovviamente sulla tavola non può mancare il vino (10 grana). Vengono inoltre segnate pure spese per la legna (10 grana) utilizzata per cuocere le pietanze, così come pure le spezie “zafarana e pipo” (anche 10 grana), utili a suggerire come i cibi venissero preparati. Il “luni mattina” viene deciso un pranzo leggero (per così dire…) con carne di castrato, uno “casi cavallo” e del cardo; mentre la sera dello stesso giorno, oltre a una “pezza di caso”, al cardo e ai vermicelli, ritorna sulla tavola la carne con 15 tordi e 2 galline. Del resto, al tempo, il pasto principale restava quello consumato all’ora del tramonto, mentre a pranzo ci si “contentava” di qualcosa di più leggero. Il vino, a quanto pare, viene consumato solo la sera del lunedì. Il martedì, ultimo giorno, vengono serviti vermicelli assieme a 4 piccioni e a “carne de porco et stighula[3] (ovvero carne di maiale e coratella); accompagnati da vino e questa volta, anche dal pane (2 carlini e 10 grana); oltreché da spezie generiche. Per l’occasione vennero spesi in totale (le restanti voci vengono riportate alla fine della nota) ducati 79, carlini 9 e 31 grana, di cui per il solo vitto servito nei 3 giorni: 4 ducati, 6 carlini e 18 grana.

[1] Archivio di Stato di Cosenza, sezione notai, Valle Pietro, a. 1568, f.157.

[2] Id., a. 1569, f. 173.

[3] Il termine, secondo Rohlfs deriverebbe da extilia, da exta “intestini”. G. Rohlfs, Nuovo dizionario dialettale della Calabria, pag. 687.

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