Mese: gennaio 2016

Le carceri del castello di Castromonte a Bisignano

Baluardo e simbolo stesso della città, il castello di Bisignano e la sua storia, furono da sempre il fulcro attorno al quale ruotarono le dinamiche e gli sviluppi che contrassegnarono la cittadina stessa nella sua evoluzione. Dal 1964, la zona denominata castello (ormai una collina di detriti) venne abbassata di più di 40 metri, purtroppo però, senza cercare di rinvenire e preservare, gli ultimi resti dell’antica fortezza. Le prime testimonianze di essa risalgono infatti ai Bruzi, i primi abitatori del luogo. Dalla rocca Brezia del IV secolo si passerà quindi alla fortificazione di età romana; e poi ancora a numerose altre ricostruzioni e potenziamenti ad opera dei vari conquistatori che via via, si succedettero al dominio sulla città: longobardi, bizantini, saraceni, svevi e angioni fino a giungere ai Sanseverino, a partire dal 1462. In realtà fu solo più tardi, con il principe Pietro Antonio Sanseverino (1515 – 1559), che la costruzione preesistente venne ristrutturata e ampliata. Di come dovesse presentarsi il Castello di ‘Cacomacio’, detto poi di ‘Castromonte’, resta solo l’ormai nota stampa del Pacichelli, che lo ritrae però, soltanto nel XVIII sec. a sovrastare tutto l’abitato.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Veduta prospettica della città di Bisignano. Tratto da: Giovanni Battista Pacichelli, Il Regno di Napoli in prospettiva, Mutio, 1703.

Nella seconda metà del 500, gli atti fanno generalmente riferimento a “lo castello della Motta” o ancora al “castro mottae”. A questa data, il responsabile del fortilizio è il Magnifico  Giovani Giacomo della Cioppa (nei secoli successivi “della Gioppa” o “Lagioppa”) che ricopre appunto, l’ufficio di castellano. Originario di Tarsia, Giovanni si trasferì a Bisignano in questo periodo, forse proprio per ricoprire l’importante incarico che gli veniva affidato. A trasferirsi in città gli fecero seguito i suoi familiari: i magnifici Rev. Giovanni Vincenzo, Cesare (forse mastro d’atti in Bisignano nello stesso periodo) e Vittoria (quest’ultima promessa in sposa al magnifico dottore (in entrambe le discipline) Giovanni Giacomo Severino da Tarsia. La famiglia in seguito fu nobile in Bisignano e i suoi rappresentanti ricoprirono alte cariche all’interno dell’amministrazione cittadina.

Bisignano

Tornando al castello, sembra che almeno a questa data, la sua funzione precipua fosse quella di carcere per detenuti di vario genere. Nel 1571 il castello ospita 7 carcerati imputati di vari crimini: “Magn. Giovanni Tommaso Romano criminale[1], Benigno Liczano(?) alias Brancasa criminale, Francesco Bastone per debito, Geronimo Cerzito per debito, Francesco de Grimaldo per debito, Giovanni Pietro e Giovanni Battista de Mauro per furto. Nello stesso anno tra i guardiani spunta il nome di tale Magn. Giovanni Paolo de Benedicto, mentre a ricoprire il ruolo di comandante, sarebbe tale Magn. Luciano de Docimo e per lui il suo procuratore Magn. Pietro Russo. Pietro, in effetti, paia svolgere in questi anni (quale procuratore dello stesso Principe di Bisignano), tutte le pratiche relative all’amministrazione del castro. Tra le sue incombenze, quelle di assicurarsi del trasferimento di prigionieri trattenuti nelle carceri di Bisignano, ma destinati ad altri luoghi. È il caso, ad esempio, del camerlengo del casale albanese di Cervicati. “Captivo et carcerato”, Lazzaro de Conte (questo il suo nome) viene affidato al suo compaesano Dimitri Barci, affinché venga scortato da questi nella città di Morano alla presenza dei “signori auditori”, ad ascoltare e obbedire quanto da questi verrà loro ordinato. Un giorno di tempo per raggiungere Morano; pena, altrimenti, di once 15 e la carcerazione di Giorgitello Ribecchio (anche lui di Cervicati), trattenuto intanto nelle carceri a garanzia del trasferimento. Medesimo copione si ripete per il Magn. Filippo Eusebio, che condotto a Bisignano, viene consegnato al Magn. Giovanni Paolo de Bencivegna affinché con ogni “strettissima diligenza” possa essere portato alle carceri di Pocoluce, della città di Cassano, e quivi relegato come prigioniero e “homo de lavoro”.

Sempre nello stesso anno 1571 e sempre con lo stesso Pietro Russo, in qualità di procuratore “dell’ illustrissimo Principe di Bisignano”, fanno atto di fede, circa i termini di un’obbligazione, alcuni cittadini albanesi del casale di San Demetrio Corone. Russo, in rappresentanza del carcere della motta di Bisignano, procede a stilare i termini di un impegno con l’Università del casale di San Demetrio, rappresentata dal Camerlengo Cola Busci (Buscia) nonché dagli altri convenuti: Michele Cannadea (Canadè), Todaro Lopes, Corsetto(?) Belluccia, Prospero Calisce e Barone Pisarra. Tutti si impegnano a far fronte al loro obbligo sotto pena valutata in once e garantendo con il trattenimento nel castello di altri loro concittadini “i quali non abbiano di partire di detto castello senza espressa licenza”. I cittadini trattenuti, che compaiono nuovamente in un atto di una settimana successiva al primo, sono:   Antonio Marchiano, Conte Belluccia, Pietro Busci, Stamato Demetrio e Cola Stamato di Giorgio, Mira e Joanne Belluccia “tutti di detto casale di san demetrio”.[2]

[1] ASCS, sezione notai, Valle Pietro, a. 1571, f. 321, 327, 328, 370v., 374.

[2] Romano, accusato dell’omicidio di Tommaso Greco, verrà consegnato il 27 Marzo 1571 ai Magnifici: Anselmo delli Luzzi, Marco delli Luzzi, Pietro Romano e Benigno della Cava, i quali si obbligheranno con la Principal Curia (sotto pena di un pagamento in once d’oro) ad occuparsi del prigioniero e a far si che “si habbia de star carcerato dentro detto carcere nè di giorno né di notte, etiam con le porte chiuse come aperte…”

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