Mese: agosto 2015

Un’istantanea sulla Corigliano Calabro di fine ‘700

Alcune testimonianze[1] relative a fatti di cronaca accaduti circa due secoli orsono, ci offrono uno spaccato della vita che si doveva svolgere a Corigliano Calabro in quel tempo. Correva l’anno 1796 e Governatore in carica della cittadina in quell’anno era D. Vincenzo Baviera. Personaggio che non ebbe vita facile, a quanto pare, con l’allora Duca di Corigliano Giacomo Saluzzo, a giudicare dai fatti narrati nelle testimonianze e dalle trame (presunte o tali) ordite dal Duca a danno del Governatore. Pur non conoscendo l’origine degli screzi, si innescarono alla fine di agosto di quell’anno una serie di eventi, volti a contrastare e annullare l’operato del Governatore. Già nel 1794 si è a conoscenza di alcune controversie col supremo consiglio delle Finanze e relative alla stima dell’olio nei centri di Corigliano e Cassano.[2]  E fu forse proprio la vertenza dell’oglio e di altre merci, che dovette stare all’origine della vicenda. Tra le testimonianze infatti, vengono riportate pure quelle relative alla vendita dell’olio, del pane e delle carni e che offrono altresì un piccolo spaccato della vita di allora.

PCorigliano Calabro. Castello Ducale. Salone degli Specchier esempio nel 1795, “l’oglio si vendea nelle taverne a grana 4 il solito misurello, o sia pignatello”. Come emerge dalle dichiarazioni dei Deputati Mastri dell’Università, ovvero Mastro Natale Taranto, Mastro Michele Mauro, e Mastro Antonio Curto, alcune persone erano incaricate di girare per le taverne e vigilare al ché non venissero alterati i prezzi e commesse frodi. Lo stesso valeva per quanto riguardava il pane realizzato col grano annonario; il quale pane doveva essere della misura e qualità prestabilite; quando si veniva meno a tali richieste i testificatori  ordinavano di vendere a minor prezzo il pane, “o alle volte lo facevano dare ai carcerati o ad altre persone povere per carità”. In questi anni erano addette alla panificazione Felicia Gallo, Felicia Bruno, Serafina Gallo, e il panettiere Antonio Montera. Il prezioso grano destinato all’annona veniva custodito in un magazzino ‘blindato’, protetto da una porta a triplice serratura e da una ulteriore porta esterna aggettante sulla piazza. Le tre chiavi della porta erano in mano ai deputati Gentiluomini D. Vincenzo Misciagna e D. Carlo Maria La Petra; dai deputati del secondo ceto, i Mastri Pasquale Bruno e Domenico Severino; mentre la terza chiave stava in mano del magazziniere (nominato dal sindaco), il deputato Mastro Franco Mingrone. La chiave della porta esterna era tenuta invece dalla cernitrice Teresa Montera. Per prendere grano dal magazzino inoltre, dovevano ancora presenziare il sindaco (in quegli anni D. Francesco Saverio Mauro) oltre al misuratore Agostino Rugiano. Il pane, come già detto, doveva essere fatto secondo un peso prestabilito al principio dello scandaglio, ovvero quando veniva misurata la quantità del grano immagazzinata in ciascun anno. Terminato anzitempo il grano annonario, il sindaco avrebbe potuto concedere ai panettieri “il permesso di fare del pane libero senza timore d’incorrere a contrabanno”. In ultimo, per ciò che concerne la carne, l’affitto del macello veniva appaltato a uno o più individui, costituiti in società di cui generalmente facevano parte uomini che offrivano le risorse economiche e quelli che materialmente si sarebbero occupati della macellazione. Nel 1795 amministravano il macello i Magnifici D. Giuseppe Lettieri e il Dott. D. Giuseppe Scorzafave (fratello di D. Pasquale Scorzafave), assieme a   Giovanni Battista Capuccio. L’Università cittadina si accordava quindi di affittare il macello di tutte le carni a “esclusione di quella de Neri, p[er]che è stato sempre solito comprarli per conto dell’Uni[versi]tà med.a”. D’altro canto i maiali erano, come dichiarato, un affare dispendioso e sconveniente dovendo far fronte a ingenti spese, partendo dalla compra dei maiali stessi, sino alle spese per il loro mantenimento: “spese di ghiandaggio, custodia, ed altro”; senza sottovalutare come in periodi di carenza di ghiande, “ai maiali viene a mancare il peso”. Ad occuparsi del macello dei neri in questi anni era ancora il Capuccio assistito da Mastro Leonardo Carnevale. I maiali venivano acquistati dal sindaco per conto dell’Università e allevati dai custodi di neri, (come Pasquale Sapia). Nel mese di Dicembre venivano scelti i maiali destinati alla macellazione; essa avveniva di mattina e, al fine di non commettere frodi ai danni dell’Università, alla presenza di sindaco e deputati (in questi anni oltre a Mingrone è attestato il nome di Mastro Saverio di Formoso.

Tornando alla vicenda, a partire da Agosto, pare che il Duca mise in atto i propri piani affidandosi ai suoi maggiori confidenti e che grazie allo stesso, erano riusciti a ricoprire negli anni passati incarichi di prestigio e remunerativi, come la stessa carica di Governatore o ancora quella di sindaco. Ciascun personaggio citato nelle testimonianze era, come già detto, “intimo confidente” del Duca. Quasi tutti avevano coperto la carica di sindaco e “senza aver dato conto della sua amministraz.ne”. D. Vincenzo Misciagna (al quale è affiancato il figlio D. Domenico) era medico personale del Duca ed era stato sindaco nel 1786 e 1787 e ancora nel 1791. Sindaco nel 1793 e 1794 fu invece D. Pasquale Meligeni ,che oltre a non aver dato conto della sua amministrazione, viene accusato di qualche illecito riguardante l’annona, assieme a suo fratello D. Vincenzo Meligeni, a quel tempo magazziniere del grano annonario. Sindaco nel 1794 e 1795 fu D. Domenico della Cananea e attualmente patentato dal Duca a Mastrogiurato della città. Vicino al Duca è ancora D. Carlo Oranges il quale ha terminato nel luglio scorso l’incarico di governatore della terra di Vaccarizzo, feudo di esso Duca; inoltre non viene fatto mistero su come lo stesso Oranges sia stato dal Duca Patentato per il governo della terra di Palma (oggi Palma Campania) altro suo feudo. Termina questo elenco tale D. Orazio Malavolta, il quale diversamente dagli altri è “strettissimo” confidente del Duca. Il Malavolta fu direttore del piccolo Teatro presente nel palazzo ducale. Oltre alla direzione delle opere, pare che il Malavolta, assieme ai suoi fratelli, fosse solito recitare nelle varie opere di natura comica realizzate “per divertire lo stesso Duca”. Malavolta potè confidare dell’appoggio del Duca oltre che del sindaco del Parlamento tant’è che a seguito della sua nomina, i dipendenti e quelli vicini al Duca lo portarono “in trionfo sulle spalle fino nel Palazzo Ducale, in dove fu loro aperta quella cantina, e bevettero a loro capriccio”.

Da quanto gli stessi personaggi asserirono pubblicamente e da dichiarazioni rilasciate dai Mastri Pasquale De Luca, Pasquale Peluso, Michele Mauro, e Luigi Palopoli, nonché dal Magnifico D. Domenico Antonio Marchianò originario di San Demetrio ma da più anni abitante in Corigliano, la mattina del 22 agosto i sei personaggi vennero mandati nella capitale Napoli a spese del duca. Del resto pare che fatta eccezione per i Misciagna, tutti gli altri “non sono in facoltà tali a poter fare simili spese voluttuose di viaggio, e permanenza”. Tutti a cavallo (su cavalli della camera ducale) e accompagnati da due Bargelli della medesima chiamati Benedetto Bellucci e Rosario Li Trenta, andarono a Napoli in ‘missione’ per conto del Duca.

Il 29 agosto, intanto, un serviente della Corte ducale, mastro Gaetano Santo, imbattendosi in D. Vincenzo Malingeni, e anticipandoli dell’istanza che gli avrebbe notificata, questi, assieme a D. Tommaso Gamardella che si trovava assieme a lui, lo minacciarono a morte se mai gli fosse pervenuta carta alcuna; anzi, aggiunsero che per ordine del Duca  gli avrebbero rotto le braccia e se avesse continuato ad eseguire gli ordini della camera, il Duca “non l’avrebbe fatto trovare ne morto, ne vivo”. Dopo due giorni, a seguito delle bandizioni relative all’annona fissata per giorno 4 settembre, ed emanate da Gaetano Santo, questi venne raggiunto nella sua casa alle 2 della notte dal Magnifico Antonio Ripa, il quale lo invitava, sotto il falso pretesto di un ordine imminente, di recarsi a casa di Basilio Campana, tenente questi del Bargello della Camera Ducale. Il tenente Campana (che intanto andrebbe detto, era cognato dell’Oranges sopra menzionato) su ordine del Duca lo condusse presso il Castello. Qui il Duca interrogò il serviente su chi gli avesse ordinato di emanare i bandi (ovvero il Governatore e il sindaco) e che per questa volta lo perdonava ma che se avesse altre volte emanato bandi senza il suo ordine, lo avrebbe “fatto morire dentro la caprara” facendo perdere le di lui tracce.

All’inizio di Settembre, come risulta da una testimonianzaCorigliano Calabro. Castello Ducale. fatta dai signori D. Pasquale de Rosis, D. Ambrogio Iacucci e  D. Serafino Rossi (quest’ultimo di S. Sofia ma abitante a Corigliano da più anni), il Duca, per mezzo di Misciagna e Gamardella (che questa volta vengono appellati  “fuorileggi”),  fece cercare per tutta Corigliano una comoda abitazione in cui sistemare un “personaggio di considerazione”, che doveva qui recarsi al fine di intervenire contro l’attuale governatore D. Vincenzo Baviera, verso il quale era stato pronunciato un ricorso dal mastrogiurato (patentato, si ricorda, dal Duca stesso). Non essendo riusciti a trovare l’abitazione, il Duca non si perdette d’animo e subito procedette a far sfrattare il suo Cavalcante Angelo Bisciglia, dalle case che teneva in affitto da Pasquale Palopoli; case site nella Piazza dell’Acquanova. La sera di venerdì 9 settembre, giunse D. Tommaso Sciuto, che appena arrivato andò a castello. Pare che da mattina a sera “quantunque podagroso”, Sciuto andasse a castello a “confabulare”col Duca. E ci ritornò, di tutta fretta, la mattina dell’undici, dopo che lo stesso Governatore gli mostrò “alcune provisioni” della Gran Corte della Vicaria che lo inibivano al proseguimento della diligenza rivolta nei propri confronti.

[1] ASCS, sezione notai, Giorgio Ferriolo, a. 1796, f. 17v. – 25r.

[2] lettera 1794. Essendosi suscitata la questione nel Supremo Consiglio delle Finanze per la stima dell’oglio di Corigliano, e Cassano, che si pretende accrescere dal regio Fisco…. Tratto da: Covino Luca, Governare il feudo, FrancoAngeli edizioni, 2013. pag. 297.

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