Retrospettiva di un rapimento

Era l’estate del 1862. In quel fatidico 8 Agosto, le donne di Santa Sofia (Santa Sofia d’Epiro) recatesi ai “bagni della Guardia” [1] (Guardia Piemontese), attendevano che i militi della guardia cittadina sofiota, giungessero a prelevarle per scortarle, in sicurezza, alle loro case. Sulla via del ritorno, giunti nei pressi delle montagne di Cerzeto, “al luogo detto Scanzata della Guardia” [2], la compagnia sofiota si trovò di fronte a una quindicina di individui, “seduti in crocchio” e all’apparenza pacifici. Non corse tempo a diventar circospetti che la compagnia di Santa Sofia venne accerchiata dai malviventi che, armi in pugno, dichiararono finalmente le loro intenzioni. I malfattori decidevano di prendere due ostaggi e sceglievano tra i militi Basilio Cardamone e suo genero Raffaele Malito. “Qualcuno vuole opporre resistenza”[3], ma la guardia disarmata, nulla potette contro i malviventi che impunemente si diedero alla fuga. Nei giorni successivi, i rapitori tagliarono a ciascuno dei due malcapitati un orecchio, “onde atterrire le famiglie” e riuscendo così a estorcere “più di centinaia di lire” [4].

Cardamone e Malito verranno finalmente liberati e affidati a tale Domenico Bugliaro (oriundo di Santa Sofia, ma abitante con la moglie a Cerzeto), il quale per i suoi servigi sarebbe stato ricompensato dalla banda criminale con 25 Lire più un fucile (sequestrato ai militi). Successivamente Bugliaro sarebbe stato l’unico a essere riconosciuto e condannato, nel 1864, alla pena di 3 anni di reclusione, alla sorveglianza speciale della Pubblica Sicurezza per i 5 anni successivi, nonché al risarcimento delle spese istruttorie a favore dell’Erario dello Stato.

A testimoniare a favore dei sequestrati furono Michele Bresci da Santa Sofia con il rev. di rito greco D. Domenico Cardamone (fratello di Basilio e tornato a casa solo nel 1859, per effetto del Regio Decreto del Giugno di quell’anno che concedeva la libertà ai condannati politici dei moti del 1848), assieme a Nicola Lata da Cerzeto e a Martino Scura di Vaccarizzo Albanese, ma domiciliato a San Cosmo Albanese (e nipote ex sorore di Basilio). Scura in effetti, non presenziò, poiché il 30 Settembre del 1864 si trovava arruolato nella “squadra ambulante calabrese in Basilicata”.

Per quanto concerne il resto della banda “dall’accento si vuole che fossero albanesi della linea di Paola; degeneri degl’altri albanesi confratelli di origine, ma d’indole” [5].

Dura condanna venne mossa dall’opinione pubblica di allora, nei riguardi di uno stato assente o piuttosto immobile di fronte a episodi come questo, in cui cittadini vengono “barbaramente seviziati” mentre “non imprime altra attitudine alle truppe, ai carabinieri, e a tanti altri, che smungono con grossi stipendi la Nazione, e se ne ridono della buona gente, che soffre, e dei briganti, che alla giornata si aumentano, e si ringalluzziscono” [6].

[1] ASCS, Processi penali, busta 28.

[2] Id.

[3] Dalla rivista “Il Calabrese”, 21 agosto 1862.

[4] ASCS, Id.

[5] “Il Calabrese”, …

[6] Id.

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